
Una celebrazione alternativa della Giornata Internazionale della Donna quella di ieri sera a Bethnal Green, Londra, grazie ad Emergency UK.
Al The Gallery Cafe, locale vegetariano-vegano gestito dai volontari della St. Margaret House Charity, un nutrito gruppo di persone ha potuto condividere l’esperienza di Eleonora, ostetrica Emergency appena rientrata dal Centro di Maternità di Anabah, Afghanistan. Generosa nel raccontare le sue giornate al Centro, le difficoltà generate dall’impatto con una cultura diversa e particolarmente ingiusta nei confronti delle donne, la gioia di poter fare la differenza per molta gente, ogni giorno, Eleonora ha regalato una “festa della donna” finalmente piena di senso, di condivisione e di speranza.
Il Centro di Maternità di Anabah è stato aperto da Emergency nel 2003 per fornire assistenza prenatale, ginecologica, ostetrica e neonatale alla popolazione della valle del Panjshir, nel nord dell’Afghanistan, e delle province vicine. Si tratta, in sostanza, dell’unico centro ginecologico di eccellenza e totalmente gratuito dell’intero Paese; è collocato, inoltre, in una zona particolarmente impervia e in cui diverse aree vengono isolate dalla neve per parecchi mesi l’anno: per questo, il personale dell’ospedale si occupa di fornire assistenza domiciliare alle donne che vivono in zone remote e difficili da raggiungere, o che non avrebbero comunque i mezzi per recarsi al Centro.
Eleonora ha raccontato le difficoltà più immediate nel trattamento delle pazienti che si recano al Centro: stabilirne l’età, i mesi di gravidanza, addirittura il numero di gravidanze precedenti può essere impossibile. Talvolta non si può fare a meno di sorridere, dice, quando alla domanda «Quanti anni hai ?» la paziente risponde «Non so, venti o trenta», o quando afferma di non essere troppo sicura del mese di gravidanza in cui si trova, ma di essere incinta da un bel po’ di tempo, «almeno undici mesi». Per ragioni ben più tragiche, invece, le donne afghane molto spesso non sanno con certezza quante volte hanno partorito in precedenza: la mortalità infantile è così alta che una donna afghana può partorire anche otto volte, ma veder morire prima dei cinque anni la metà dei bambini che ha dato alla luce. Per lo stesso motivo, la nascita di un bambino non è salutata con gioia: le madri rifiutano quasi di tenere in braccio il neonato. Un atteggiamento che Eleonora ha inizialmente giudicato male, ma che poi ha compreso: la probabilità che il bambino muoia nei primi anni di vita è così alta che la madre evita di affezionarvisi prima di un certo periodo.
Una delle attività più importanti del Centro, dice Eleonora, è la diffusione della cultura della contraccezione, che è fondamentale non solo per la salute delle donne, ma anche per la loro autodeterminazione e consapevolezza. Senza metodi contraccettivi, infatti, una donna che ha subito un cesareo potrebbe restare incinta già pochi mesi dopo, di fatto rischiando serie complicazioni. Inoltre, grazie ai contraccettivi donne la cui vita è totalmente subordinata a quella del proprio marito hanno scoperto di poter gestire il proprio corpo e finalmente avere possibilità di scegliere in totale autonomia se avere figli oppure no.
Il Centro di Maternità di Anabah deve molto spesso colmare le lacune dell’assistenza sanitaria locale, caratterizzata non solo da arretratezza di mezzi, ma anche da corruzione, disorganizzazione, negligenza: gli ospedali afghani funzionano come i normali uffici, e di notte sono chiusi, qualunque cosa accada. Medici e infermiere del Centro devono quindi farsi carico di emergenze estreme, talvolta riuscendo a intervenire in tempo, talvolta no. Fra le prime cause di mortalità fra le donne afghane ci sono le emorragie causate dal distacco di placenta, ma anche da un tentativo di aborto. L’aborto clandestino è un altro dei grandi problemi di queste zone: Emergency non pratica aborti su richiesta delle donne, perché l’aborto è totalmente illegale in Afghanistan e si rischierebbe il carcere, oltre alla chiusura del Centro; tuttavia, la circolazione clandestina di farmaci è molto diffusa e capita di frequente di dover assistere, senza poter fare troppe domande, donne con forti, e sospette, emorragie.
Un’altra delle attività che fa onore al Centro di Maternità di Anabah è il reclutamento e la formazione professionale di infermiere e ostetriche locali. Il Centro offre un corso di alta formazione, riconosciuto dallo stesso ministero della salute afghano, che si rivela essere un altro modo di salvare le donne afghane: offrendo loro cultura e una prospettiva di vita differente. Anche su questo argomento Eleonora ha parecchi aneddoti. Uno di questi riguarda un’infermiera che ha accettato di viaggiare per 4 ore al giorno pur di poter lavorare al Centro, e pur essendo stata assunta da un ospedale governativo; un altro vede invece la figlia di un oppositore del governo talebano, a cui non era mai stato imposto il burqua e che di conseguenza non era mai uscita di casa per evitare di essere arrestata e uccisa, decidere di indossarlo per la prima volta a 25 anni pur di potersi recare al lavoro (e in obbedienza al padre dell’uomo che nel frattempo aveva sposato, il quale non avrebbe tollerato che la nuora si esponesse agli sguardi di altri uomini nel tragitto da casa al Centro).
Il racconto, accompagnato dalla proiezione di foto scattate sul posto e intervallato dalla musica di Roberta De Francia e del duo Hynes-Ferraro, ha avuto un impatto forte ed evidente sui presenti, che si sono prodigati in applausi e domande. Un regalo unico, una ricompensa immensa per chi ha contribuito, partecipando alla serata, alla raccolta fondi in favore del Centro. Grazie ad Eleonora e ad Emergency UK, per aver dato un senso all’8 marzo di chi scrive, e a quello di molte altre persone.
