È morto Hugo Chávez. Era una notizia attesa da tempo, anticipata da voci sulla malattia, sulle cure, sui viaggi sempre più misteriosi e disperati a Cuba. Eppure, è difficile abituarsi all’idea di un’uscita di scena così repentina dopo 14 anni al timone di una delle più grandi potenze dell’America Latina. Oggi Caracas è in lutto, il popolo – le classi meno abbienti che lui aveva saputo conquistare e coccolare – piange il leader che ha sfidato gli Stati Uniti, gli organismi internazionali, decenni di politica corrotta ed elitaria. Inviso alla borghesia venezuelana e ai governi occidentali, Chávez portava con sé il fascino innegabile del carisma, dell’uomo venuto dal nulla per portare avanti un’idea diversa di nazione e un nuovo orgoglio identitario per l’America Latina.
Tra le voci che oggi lo ricordano c’è quella di Oliver Stone, autore nel 2009 del documentario South of the Border, in cui ricostruisce con palese ammirazione la parabola umana e politica di questo colonnello dell’esercito diventato quattro volte presidente. L’ultima incoronazione risale allo scorso ottobre, quando l’animo da indomabile combattente già si scontrava con il fisico indebolito e gonfio per i farmaci. Sullo schermo, Stone ricostruisce la presa del potere di Chávez, dal fallito colpo di stato del 1992 alla vittoria nelle elezioni del 1998, la sua capacità di far presa sulle masse con politiche di nazionalizzazione delle grandi imprese, piani sociali, sovvenzioni e aiuti per le classi più povere; segue il suo cammino verso posizioni sempre più radicali, fino alla teorizzazione del socialismo nel XXI secolo come unica alternativa al capitalismo imperialista dei Paesi occidentali, e alla conclamata guerra agli Stati Uniti nella persona del “demonio” – come l’aveva definito in un intervento all’Onu – George Bush.
Affascinante e ambigua la sua retorica, in grado di ripescare un mito della storia come Simón Bolívar e farne il nume tutelare della rivoluzione sociale, la “rivoluzione bolivariana” capace di rilanciare il sogno di un’America Latina libera dai lacci del neocolonialismo, dalle leggi della grande finanza, dai dettami del Fondo monetario internazionale. La rivoluzione sociale di Chávez ha spinto verso il cambiamento altri Paesi del Sud America, dall’Argentina dei Kirchner alla Bolivia di Morales, dall’Ecuador di Correa al Brasile di Lula. Politici e uomini diversi, accomunati dalla nuova consapevolezza di poter cercare strade alternative e autonome, di poter contrattare con le potenze straniere da pari a pari.
Un nuovo orgoglio, una nuova strada, una nuova cooperazione tra le nazioni sudamericane. Era questo il sogno di Chávez, un ideale forte che si nutriva anche di evidenti forzature democratiche: modifiche della Costituzione per consentire più mandati, gestione del potere personalistica, toni paternalistici. In questo senso, suonano profetiche le parole che chiudono il documentario di Oliver Stone, pronunciate dall’ex presidente argentino Néstor Kirchner, morto nel 2010. Parole che criticavano la politica estera statunitense ma, con affetto e fermezza, rivolgevano un monito anche all’amico e vicino politico: “Nel mondo deve essere ristabilito il multilateralismo, non può esserci un solo potere che decide per tutti. Il potere assoluto è sempre cattivo. Sono molto vicino a Hugo, lui è un amico. Ma io gli dico che è necessario costruire collettivamente, è necessario avere dieci candidati presidenziali: non puoi esserci soltanto tu, altrimenti una volta che sarai andato via l’intero processo sarà finito. Credere che una sola persona possa dare delle garanzie è come credere che un solo Paese possa risolvere tutti i problemi del mondo”. Addio allora all’ultimo caudillo, aspettando di vedere se la rivoluzione bolivariana avrà la forza di rigenerarsi per sopravvivergli.
