Debtocracy: il debito immorale che soffoca i cittadini

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© George Tsartsianidis

Da mesi campeggia sui giornali di tutto il mondo con toni degni della migliore tradizione tragica: il debito della Grecia è diventato lo spauracchio tormentone da esibire in rassegne televisive, edicole, discorsi al bar. E con lui l’eterno interrogativo: se Atene crolla porterà con sé il resto dell’Europa? Dopo dibattiti estenuanti, interminabili sedute notturne di vertici europei ed esperti internazionali, l’accordo è stato raggiunto: osservatori della Troika (Banca centrale europea, Fondo monetario internazionale e Unione europea) ai piedi del Partenone, e un pacchetto complessivo di 240 miliardi nelle casse elleniche per evitare il rischio default. Già, ma se il fallimento – sulla carta – è stato scongiurato, come si traduce questo nella vita di milioni di cittadini?

È quello che indaga il documentario di due giornalisti greci, Katerina Kitidi e Aris Hatzistefanou, che nel loro Debtocracy ripercorrono la genesi dell’enorme buco nelle casse del Paese chiedendosi se sia davvero giusto che a pagare siano i cittadini, asfissiati da blocchi salariali e drammatici tagli a sanità, scuola e servizi sociali. Una carrellata di economisti, politici e intellettuali ci accompagna in un’analisi attenta e impietosa sugli errori, la corruzione e la collusione delle élite politiche con i vertici delle altre potenze europee e degli organismi internazionali, che hanno portato ad accumulare un debito sempre più insopportabile. E a farsi largo è il concetto di “debito detestabile”, coniato negli anni ’20 dal ministro delle Finanze russo Alexander Sack. Perché il debito di uno Stato venga considerato detestabile, devono verificarsi tre condizioni: il governo deve aver acquisito il debito senza che i cittadini lo sapessero e dessero il loro consenso; i prestiti devono essere stati usati per attività di cui non ha beneficiato la cittadinanza; i creditori devono essere al corrente di questa situazione e disinteressarsene.

Con una logica implacabile, e portando sullo schermo paragoni come quello dell’Ecuador di Rafael Correa, Debtocracy ricostruisce il filo di errori e speculazioni finanziarie che hanno messo in ginocchio l’economia ellenica e quella di molti Paesi della “periferia europea”, con la connivenza di banche e governi che da un lato criticavano ed esigevano tagli rigorosi, e dall’altro si davano da fare per stringere affari con la classe dirigente del Paese e continuavano a preservare i propri interessi economici. Stride, per esempio, il mantenimento dei contratti per la vendita di armi da parte di molti partner europei a uno Stato, quello ellenico, costretto a tagliare in modo drammatico i servizi essenziali per i propri cittadini.

Urge allora un ripensamento delle dinamiche economico-finanziarie e della dipendenza degli Stati da organismi internazionali spesso collusi con interessi di corporazioni, agenzie di rating e grandi imprese. Perché alla fine, come sintetizza Eric Toussaint, presidente del Cadtm Belgio (Comitato per la cancellazione dei debiti del Terzo mondo), forse è davvero “immorale pagare un debito immorale”.

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