«La scrittura ha soprattutto a che fare con la responsabilità»: questa dichiarazione di Giorgio Vasta va letta, dal suo punto di vista, come capacità dello scrittore di prendersi cura della storia che sta raccontando e delle parole che sta usando per farlo; di controllare un mondo pieno di variabili e imprevisti quale è quello della scrittura, assumendosi il rischio di una sfida al refuso dalla quale uscirà inevitabilmente sconfitto. Dal punto di vista del lettore de Il tempo materiale, invece, questa frase è una chiave di interpretazione della storia e, soprattutto, la conferma di un’impressione: quella secondo cui l’autore di questo romanzo si è preso la responsabilità di ogni singola sillaba scritta.
Il tempo materiale è stato già tradotto in molte lingue, e ha ottenuto riconoscimenti in diversi Paesi; in Inghilterra uscirà ad aprile per Faber and Faber con una traduzione finanziata dall’English PEN. Una ricezione che ben pochi fra i più recenti romanzi italiani possono vantare, e non c’è da stupirsi: la voce di Vasta è diversa dalle altre. La cura nella scelta del termine appropriato, nelle descrizioni, nella formulazione di metafore e similitudini appartenenti a diversi campi dello scibile (dalla politica alla letteratura e alla biologia) sembra maniacale, e il risultato non ha nulla a che vedere col virtuosismo tecnico, al contrario: è equilibrio, musicalità, precisione, assoluto coinvolgimento emotivo.
Siamo nella Palermo del 1978, in posizione periferica rispetto ai fatti che stanno sconvolgendo la nazione: il rapimento e l’uccisione di Moro costituiscono un momento di parossismo dell’imperversare del terrorismo brigatista. Tre ragazzini, Nimbo, Raggio e Volo, sono ossessionati dal linguaggio delle Brigate Rosse e dalla fenomenologia della loro azione. Sono convinti di essere coinvolti in una lotta, in cui il nemico è invisibile ma è, al tempo stesso, in tutto ciò che li circonda, e di essere gli unici in grado di percepire la necessità di una reazione. Si organizzano in un piccolo nucleo terroristico, inventano un linguaggio dei segni, o meglio delle posizioni del corpo, ispirato alla cultura nazional-popolare dell’epoca (che è, d’altro canto, parte integrante del nemico contro cui si battono); iniziano con semplici atti dimostrativi, la cui gravità cresce fino ad avvolgerli in una spirale del terrore che sembra senza controllo e che lascia inorriditi, e increduli.
Ancora una volta il linguaggio è protagonista: lo studio dei metodi espressivi delle Brigate Rosse, la creazione di un nuovo sistema di segni, la definizione precisa di teorie delle loro formulazioni sono fra le attività principali del gruppo, tanto da indurre a chiedersi se Nimbo, che è la voce narrante, non sia un alter ego dello scrittore stesso o se non riassuma, per lo meno, quelle che sono le sue urgenze espressive.
Non è poi di secondo piano il significato sociologico di questo romanzo: Il tempo materiale ci riporta ad uno dei periodi più tragici e significativi della storia italiana ma lo fa tenendo gli eventi sullo sfondo, e portandone in superficie le ripercussioni sulla gente comune: ciò che, del resto, di un evento storico è effetto significativo e duraturo. Quella di Nimbo, Raggio e Volo non è infantile emulazione: è ispirazione ad esprimere un malessere e una ribellione che sono già dentro di loro, il cui esito assume forme che vanno ben al di là della loro preadolescenza, e che hanno quindi un significato quasi universale, rappresentando, al di là del preciso momento storico e della singola realtà oggetto del racconto, le estreme conseguenze della lotta contro il sistema sopraffattore, caotico, ingiusto.
Giorgio Vasta, Il tempo materiale, Minimum Fax, 2008

