Italianità e politica: l’attrazione-repulsione che diventa vergogna

vergogna
The Heroine Who had Committed A Great Crime (© Elena Ray)

Se si prova repulsione per qualcosa, tendenzialmente è qualcosa che coscientemente fa una tale paura o provoca una tale sensazione di estraneità da desiderare che esso sia lontano, esteticamente inaccessibile, che poi equivale ad inesistente. In questo senso, trovo sia inesatto parlare di provare ribrezzo per la situazione politica (ed elettorale) italiana, soprattutto se consideriamo che questo concetto è intimamente intersecato a quello, almeno contemporaneo, di italianità. Mi sembra molto più efficace, piuttosto, parlare di vergogna. La vergogna porta con sé il germe del coinvolgimento carnale, dell’esposizione indesiderata ma incontrollabile e incontrovertibile. È qualcosa che sembra affondare nella direzione del pudore. La condizione vergognosa mi riguarda e non smette mai di far vibrare questo a-riguardo-di-me. Ecco in cosa si sta: non si può avere solo in repulsione l’italianità ed essere italiani, non ce la si cava smarcandosi per via della propria presunta superiorità esistenziale. Piuttosto si è nella vergogna di essere italiani, una vergogna che tocca nel vivo, nel vivo della carne che ne esce marchiata.

«Questo Paese fa schifo». Quando sosteniamo questo assunto, vorremmo intendere e convincerci che, certo ci dispiace, ma l’irrecuperabilità del degrado ci ha deluso senza rimedio e ora lasceremo affondare la nave senza di noi. La nostra cultura, la nostra indipendenza nell’informarci, il nostro riconoscerci nei grandi letterati e nei grandi filosofi, tutte queste e infinite altre presunzioni contribuiscono a convincerci – a credere di convincerci – della nostra moralità, cioè a crearla. E questa virtù non siamo disposti a lasciarcela portar via dalla marea nera di immoralità che sporca l’Italia. Senza quelle presunzioni non sopporteremmo la vergogna. Ma nemmeno così le sfuggiamo, non è presumendoci morali che riusciamo davvero a decidere l’italianità da noi.

Eppure non smettiamo di tentare e di mentirci. Fingiamo che la vergogna sia soltanto ribrezzo, così possiamo dirci non riguardati da esso e semplicemente starne lontani, per non soffrirlo. Ma rinunciare del tutto ad un’appartenenza è arduo; si compie un abbandono e in ogni abbandono c’è una vergogna, la vergogna del senso di colpa, la vergogna di lasciar vedere che ci dispiace andarcene. Vergogna è lì che ci guarda e ci riguarda, che riemerge soffocando la gola, che rende consapevoli che alla vergogna non si sfugge, non si sfugge all’italianità.

Nemmeno provando a riconoscerci in un Noi eticamente superiore, a proiettare la propria vergogna sul conseguente Loro, a proporre la nobiltà, il valore morale di tale vergogna: ripetiamo spesso che gli esponenti del (sempre supposto, si badi) degrado politico sono “senza vergogna”, affermando il totale disprezzo che essi meritano, poiché sono i primi a nutrirne verso il proprio onore. Sono senza vergogna, non solo compiono aberrazioni in quantità ma non si sforzano nemmeno di nasconderle, di occultarle, di tutelarsi dal fango che inevitabilmente si alzerà per causa loro e ricadrà su di loro. L’accusa, apparentemente banale, poggia invece su un radicato concetto morale: io, individuo morale, mi vergognerei.

A quale caso si riferisce questo condizionale? Sottintende che l’individuo si vergognerebbe se avesse compiuto le stesse nefandezze dei suoi accusati? Ne dubito. La vergogna si scatenerebbe insopportabile – questo diciamo – se quelle mie azioni venissero rese pubbliche. La vergogna infatti sorge, mi riguarda, mi osserva con l’indice puntato, soltanto col mio essere visibile. La vergogna è lo stato essenziale dell’esposizione; certamente può minacciarmi nell’istante dell’atto che l’Io stesso condanna, ma si accompagnerà alla domanda: «Sei certo che nessuno lo saprà mai?». Solo la risposta negativa, la consapevolezza della propria esposizione e dell’assenza di nascondigli, apre il fianco al baratro della vergogna. La nudità accende il pudore. Ecco perché accusiamo di mancanza di pudore non tanto chi compie, ma chi non si premura nemmeno di nascondere d’aver compiuto.

Ecco, di nuovo, che troviamo l’analogia tra nudità sessuale e nudità elettorale. Entrambe le condizioni, essenzialmente politiche, raccontano alcune cose che ci sembra si tengano tra loro e ora sembra che possiamo dire che ad accomunarle sia l’esposizione, lo spettacolo.

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