
Ezio Soldini è un pittore la cui carriera merita di essere celebrata: per la tenacia delicatamente energica con cui l’ha attraversata, per la capacità non comune di farne un tragitto – artistico e spirituale – e perché i suoi disegni, i suoi dipinti figurativi e quelli informali, compongono un nucleo espressivo che racconta molto dell’arte, dell’importanza di non incatenarla alle definizioni e ai generi. La mostra antologica che Soldini espone fino al 14 luglio nell’elegante galleria del Museo Lechi a Montichiari, in provincia di Brescia, è un allestimento in tre momenti – i disegni, la pittura figurativa e l’informale – destinati a diventare uno, sotto gli occhi dello spettatore. Dell’opera e dell’estetica di Ezio Soldini abbiamo parlato con lo stesso artista.
La sua nuova mostra ha un titolo particolare: “Dal figurativo all’Informale” – Quarant’anni di pittura. Cosa significa per un artista avere un percorso?
Nei primi anni Settanta, agli esordi come pittore, il figurativo rappresentava per me l’unico modo di espressione percorribile, consapevole che, se mai fossi pervenuto all’astrazione della forma, quello era comunque il percorso iniziale da attuare. Tuttavia, pur operando nel campo figurativo, ero sempre più alla ricerca non tanto dell’immagine, quanto piuttosto di quel magico senso di mistero che sempre la pervade. Mi stavo incamminando, forse inconsapevolmente, verso quell’astrazione che, per varie circostanze, legate anche ad una professione che non era più quella del pittore, troverà la sua completa attuazione solo nei primi anni del duemila. Questo è stato dunque il mio percorso, un cammino che mi ha portato ad amare e, quindi, a tradurre in pittura, non più “l’involucro”, ma “l’anima”. Non è stato l’abbandono di un “mondo” al quale non credevo più. No! È stata solo la continuazione di un percorso iniziato quarant’anni fa.

Guardare i suoi quadri comunica un’armonia espressiva, come se nel figurativo non dominasse solo la figura e nell’informale, invece, i tratti figurativi non fossero mai andati perduti. Qual è il linguaggio artistico di Soldini?
Il linguaggio artistico di un pittore è il modo con cui egli esprime se stesso, esprime le sue idee, le sue pulsioni, il suo modo di rapportarsi alla vita. E lo fa utilizzando i mezzi espressivi che al suo linguaggio risultano essere più congeniali. Dal 2006, anno in cui ho intrapreso l’attività artistica a tempo pieno, non più oberato da altri impegni professionali, pratico una pittura che si colloca nel campo astratto-informale. La ricerca mi ha portato a prediligere inizialmente opere che erano la trasfigurazione di strutture vegetali, organiche: una foglia, un albero, una fronda mossa dal vento, diventavano alghe in un mare verde-azzurro. Il colore era libero di formare macchie e colate che si espandevano e si compenetravano, talvolta era squillante e talvolta parco di sonorità cromatiche e di luce.
Nei miei ultimi lavori ho riscoperto il fascino e la bellezza del segno. Un segno che nasce improvviso ed imprevisto e che diviene linea, graffio, groviglio, suggeritore di spazi popolati da forme fantastiche, talvolta ancora inglobate nel nero, mai dischiuse. Le linee rappresentano tensioni, corrispondenze dinamiche, talvolta trattenute nel campo di forza di una zona di colore. Le cerco, le creo, le manipolo, le porto alla vita. Ogni segno è il risultato di continue, progressive aggiunte e soppressioni. Una scrittura, per certi versi. Cerco la macchia, una macchia acquosa che crea la forma, che la dissolve e cerco il segno che in essa si perde, pronto a rinascere più avanti, laddove la macchia muore.

Nei suoi dipinti c’è una profonda ispirazione naturale e paesaggistica e, invece, quasi mai si distinguono corpi o volti. È nel silenzio e nella solitudine che nasce il suo sentire artistico?
Direi che la figura è stata ai margini della mia pittura, anche se l’ho trattata nel periodo figurativo. Ma non poche volte, devo dire, ho pensato di farne l’oggetto della mia ricerca e la sua domanda mi è ancora di stimolo. Nei miei ultimi lavori ho incluso un ciclo che denuncia lo scempio che l’uomo sta compiendo sulla natura. Le cito alcuni titoli: “nube tossica”, “carcassa”, “morte sul fiume”, “albero-croce”. Facendo una forzatura, potrei dire di aver trattato indirettamente la figura (l’uomo) attraverso il risultato tragico del suo intervento sulla natura, contro l’uomo stesso.
Mi chiede se il mio sentire artistico nasce nel silenzio e nella solitudine. I miei lavori nascono nel silenzio del mio studio. Mai nella solitudine. Io non sono mai solo. Con me ci sono i ricordi, gli amori, gli odori delle vecchie scaffalature che accolgono libri, volumi, riviste e che suscitano in me il profumo struggente del ricordo, di quando io, bambino, nel negozio di mio padre toccavo quelle scaffalature, mi ci soffregavo contro, le annusavo. Allora erano arredamento ed alloggio di coloratissime scatole, di vasi, di bottiglie, di confezioni. E io le sento ancora vive, sento fra di esse il passo pesante di papà che cammina sull’assito, sento la carezza di mia madre sul ciuffo ribelle. Per questo io non sono mai solo nel silenzio del mio studio.
È nell’amore di quel silenzio che nascono i miei lavori e di quell’amore essi sono impregnati.
