
«No está ni muerto ni vivo, está desaparecido». La persona scomparsa è un’incognita, non esiste, e come tale non è passibile di trattamento alcuno e non c’è nulla che si possa fare al riguardo. Il suo stato è determinato dalla necessità, per l’Argentina, di liberarsi da una situazione di caos estremo e dal giogo del terrorismo sovversivo. È questa, in sostanza, la risposta che nel 1979, durante una conferenza stampa, il dittatore Jorge Rafael Videla diede a un giornalista che lo interrogava sulla continua sparizione di persone in Argentina, menzionata qualche tempo prima da Papa Giovanni Paolo II.
Videla è morto ieri mattina in un carcere di Buenos Aires, all’età di 87 anni. Il dittatore scontava la condanna all’ergastolo per violazione dei diritti umani, proprio in conseguenza di quelle 30mila persone che la dittatura militare aveva trasformato in incognite tra il 1976 e il 1983. Lo scorso anno, aveva subito un’ulteriore condanna a 50 anni per il rapimento di bambini nati clandestinamente nei centri della ESMA (Escuela de Mecánica de la Armada) in cui gli oppositori del regime venivano detenuti e torturati, prima di essere fatti sparire per sempre.
Un orrore che Videla continuava, anche dal carcere, anche in vecchiaia, a rivendicare come legittimo. Una delle pagine più buie della storia contemporanea, di cui molti punti devono essere ancora chiariti. Perché un potere, per quanto ottenuto con un colpo di stato militare e mantenuto con anni di repressione sanguinosa, necessita comunque del sostegno di altri poteri forti e, soprattutto, di un’immagine che lo veli agli occhi del resto del mondo. Sul sostegno fornito alla dittatura dalla Chiesa si discute ancora. Resta il sospetto che la colpa della gerarchia ecclesiastica cattolica non sia stata semplicemente quella di tacere sapendo, e che essa sia stata, nei suoi gradi più alti, direttamente coinvolta nei fatti.
Ma il problema dell’immagine non è da sottovalutare, soprattutto quando coinvolge la cultura ed implica semplificazioni e strumentalizzazioni. Controverso e discusso è stato, per esempio, l’atteggiamento di Jorge Luis Borges nei confronti della dittatura. Il 19 maggio 1976, a due mesi dal colpo di Stato, Borges pranzava con Videla e con un altro generale, Villareal, insieme ad Ernesto Sábato, Horacio Esteban Ratti (presidente della Società Argentina degli Scrittori) e Leonardo Castellani, un prete scrittore.

Castellani e Ratti furono i soli a rilasciare un’intervista a riguardo al giornale Crísis, che pubblicò un ultimo numero nel luglio 1976, prima di cadere vittima della censura. Castellani parlò di un incontro cordiale, in cui si toccò soprattutto il tema del progresso dell’Argentina in relazione a quello della sua cultura, ma lamentò il fatto che non si fosse andati mai al di là della proposta di progetti strettamente culturali: “la preoccupazione principale di uno scrittore – disse – non possono essere i libri”. Da parte sua, ciò che lo tormentava era la sorte dello scrittore Haroldo Conti, di cui non si avevano più notizie. Al suo sollevare la questione, Videla rispose semplicemente che la pace sarebbe giunta molto presto in Argentina.
È accertato l’atteggiamento conservatore di Borges e il suo iniziale appoggio alla dittatura: il golpe del 24 marzo 1976 aveva in qualche modo, secondo lui, riportato l’ordine in una situazione politica e sociale del tutto caotica. Famose, del resto, anche le sue prese di posizione a favore di Pinochet, a causa delle quali, egli era solito sostenere, non avrebbe mai vinto il Nobel (come in effetti poi avvenne). Un militarismo neanche lontanamente dissimulato, le cui conseguenze presso l’opinione pubblica venivano attutite dalla sue doti scrittorie straordinarie.
È anche vero, tuttavia, che il suo atteggiamento cambiò totalmente quando realizzò le nefandezze della Junta: diventò, infatti, uno dei più strenui oppositori della dittatura e fu protetto in questo proprio dalla sua fama straordinaria, che gli permise di affermare cose che nessun altro avrebbe potuto affermare senza gravi conseguenze. E fu sempre la sua fama presso il popolo argentino a rendere questa opposizione (che egli definiva etica, non politica) significativa, a suo modo violenta.
Fu l’opposizione tarda, si potrebbe affermare, di chi impiegò troppo tempo per capire. Ma spesso ci si dimentica che ciascun uomo, anche il più acuto osservatore, ha una visione per forza di cose parziale del periodo storico in cui vive, e anche che nel caso di Borges intervenivano, ad offuscarla ulteriormente, convinzioni ideologiche radicate. E che, infine, lo scrittore non impiegò più di un anno a realizzare ciò a cui il golpe aveva portato, e cioè nazionalismo aggressivo, crisi economica dettata dalla più totale incompetenza in materia, repressione sociale sfociata in sterminio: 30 mila persone, ridotte ad incognite.
