Egitto, l’urlo delle donne fra golpe e rivoluzione

© Mina Edward

Golpe o rivoluzione? Se è vero che le parole sono importanti, lo è più che mai per ciò che succede in questi giorni in Egitto: un precipitare degli eventi che ha visto milioni di persone scendere in piazza per protestare contro il presidente Mohamed Morsi, fino alla comparsa dell’esercito, deus ex machina che ha deposto Morsi e nominato capo di Stato ad interim Adly Mansour, presidente della Corte costituzionale egiziana. Una rivoluzione – secondo il fronte degli oppositori, riunitosi sotto l’etichetta di Tamarod (ribelli) – un golpe per i sostenitori di Morsi e della sua parte politica, quei Fratelli musulmani per decenni banditi dalla vita politica e tornati al potere nelle prime elezioni libere del dopo Mubarak.

L’intervento delle forze armate è stato sollecitato e accolto dalla popolazione anti-Morsi come una liberazione, l’esercito ha dichiarato di voler dare il via a una fase di riconciliazione nazionale, mentre il nuovo presidente ha teso la mano verso i Fratelli musulmani, annunciando un governo “che non escluderà nessuno o nessun movimento”. Oltre le dichiarazioni, però, restano i fatti: Morsi agli arresti domiciliari e con divieto d’espatrio, decine di arresti nelle fila dei partiti islamisti, detenzioni che secondo Heba Morayef, direttrice di Human Rights Watch Egitto, “portano indietro ai giorni bui di Mubarak, quando i partiti politici d’opposizione erano banditi e i Fratelli musulmani arrestati in massa”. Contraddizioni per cui nelle cancellerie di tutto il mondo prevale la cautela e l’auspicio che si arrivi il prima possibile a nuove elezioni, per riprendere il faticoso cammino democratico intrapreso nel 2011. Per ora, gli scontri continuano: nelle manifestazioni tra fazioni anti e pro Morsi degli ultimi giorni hanno perso la vita oltre 40 persone, 15 solo la scorsa notte.

Ma la violenza, in questo Egitto che cerca la propria identità politica, ha soprattutto il volto delle donne, per quella che è diventata una piaga, un ormai consapevole strumento di intimidazione: come denunciato da Human Rights Watch, oltre 90 donne hanno subito aggressioni sessuali negli ultimi giorni. Alcune di loro sono state violentate e picchiate, finendo in ospedale. Un copione che si ripete con caratteristiche costanti: le donne vengono isolate e accerchiate da alcuni uomini, che diventano decine e anche centinaia. I più vicini le spogliano e ne abusano, molti riprendono con telefonini. Chi cerca di aiutarle viene isolato e malmenato a sua volta.

Come riporta la giornalista della Cnn Nina Burleigh, non molto tempo fa un leader salafita ha dichiarato che le donne che protestano in piazza Tahrir ‘non hanno pudore e vogliono essere violentate’. “Gli attacchi – continua Burleigh – colpiscono soprattutto le donne egiziane e mandano loro questo messaggio ‘state a casa, non vogliamo il vostro contribuito al governo e in politica’. Gli assalti verso giornaliste straniere – che attraggono l’attenzione globale – sono semplicemente un mezzo più efficace per fare passare questo messaggio”. Per proteggere le donne di piazza Tahrir, la folla ha cominciato a costituire dei veri e propri cordoni umani, e squadre di volontari scendono in piazza per intervenire in caso di assalti e garantire assistenza medica. Nonostante tutto, loro – le donne – continuano a protestare, a centinaia, senza paura, per il Paese e per se stesse.

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