L’arte al servizio dell’umanità devastata: Giles Duley incontra Emergency

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©giles duley

Era stato un fotografo di moda e spettacolo per dieci anni, Giles Duley, quando l’immensa vacuità di quel mondo iniziò a stargli stretta. Sentì l’urgenza di dedicarsi ad altro, di cambiare totalmente ambito di interesse, di rivoluzionare il proprio stile di vita per riuscire finalmente a comunicare attraverso l’arte.
Decise di diventare un fotografo di guerra, e di focalizzarsi su come il conflitto in Afghanistan aveva influito sulla psicologia dei soldati americani: c’erano stati più suicidi fra i militari americani in Afghanistan nel 2010 che durante tutta la guerra, e Duley voleva, attraverso la fotografia, portare avanti una ricerca sull’argomento, trasformarla in testimonianza.

Il 7 febbraio 2011, mentre è in missione in Afghanistan al seguito dell’esercito americano, Giles Duley salta su una mina. Dopo 42 giorni in terapia intensiva e un anno di continue operazioni chirurgiche e riabilitazione, il fotografo inglese è salvo, ma pesantemente mutilato: ha perso entrambe le gambe e il braccio sinistro. Ora deve adattare le sue abitudini quotidiane al suo nuovo corpo, ma soprattutto ridare senso ad una vita una volta piena e indipendente. Decide che l’unico senso possibile sta nel continuare a fare il suo lavoro, e nel tornare in Afghanistan, per esplorare un soggetto nuovo: i mutilati di guerra, i civili che hanno subito ferite simili alle sue ma con conseguenze che la povertà ha reso ancora più catastrofiche.
Prima dell’incidente aveva già rivolto il suo interesse ai progetti umanitari nei Paesi in guerra e preso contatti con Gino Strada e uno dei tre centri chirurgici che Emergency gestisce in Afghanistan. Questa nuova missione è per Duley ulteriormente carica di senso, perché la sua nuova condizione gli fornisce un punto di vista nuovo su ciò che andrà ad osservare, ma è anche il tentativo di trovare una continuità con la sua vita prima dell’incidente.

Da secondo viaggio di Giles Duley in Afghanistan nasce Walking Wounded: Return to the Frontline, documentario che condensa in 52 minuti la sua storia personale, una testimonianza sul lavoro straordinario di Emergency e un atto fortissimo di denuncia. Molte le immagini forti, a partire da quelle di apertura, che mostrano il salvataggio di Duley subito dopo l’esplosione della mina, il suo trasferimento in ospedale, il suo corpo mutilato, le sue protesi e il suo adattamento alla vita quotidiana.
Subito dopo, le immagini da Kabul. La prima sensazione di Duley alla vista dei feriti in cura presso l’ospedale di Emergency è, paradossalmente, quella di essere stato fortunato. Perché è arrivato in tempo in ospedale, trasportato in elicottero e assistito da medici, piuttosto che accompagnato dai familiari in un taxi il più delle volte fatalmente in ritardo. Perché ha ricevuto costosissime cure, protesi all’avanguardia, e, una volta rimessosi, ha potuto ripensare ad una prospettiva lavorativa. Il ritorno a Kabul nasce dall’urgenza di raccontare vite se possibile ancora più devastate della sua. Tutto questo con rabbia, e nonostante gli incubi e i momenti di puro terrore che il ritorno in luoghi anche solo vicini a quello del suo incidente gli ha procurato.

I ricoverati di Kabul sono tutti civili, molto spesso bambini che giocavano per strada o andavano a scuola quando hanno calpestato una mina. I medici intervistati confermano: l’uso delle mine antiuomo è priva di senso strategico oltre che devastante, perché colpisce quasi esclusivamente civili, in particolare bambini, il più delle volte uccidendoli, quasi sempre privandoli di qualsiasi prospettiva futura.
A due giorni dal suo arrivo a Kabul, Giles ha già moltissimo da fotografare: la struttura accoglie in media due pazienti al giorno già gravemente mutilati, o con le ferite in cancrena a causa del ritardo con cui hanno raggiunto l’ospedale, ma che Lucy, infermiera Emergency a Kabul da sei mesi, considera fortunati, perché hanno raggiunto l’ospedale ancora in vita. Il lavoro di Emergency è impagabile e necessario: la guerra civile che, negli anni Novanta, ha portato al governo Talebano e il governo Talebano stesso hanno smantellato l’assistenza sanitaria in Afghanistan, mentre la guerra scoppiata nel 2001, gli attacchi suicidi e le mine antiuomo continuano a produrre un numero crescente di feriti al giorno. Senza contare che i feriti afghani sono feriti di serie B: gli ospedali Nato, gli unici ad avere mezzi e personale adatto a salvare le vite di questa gente, non esitano a dare precedenza ai militari. Emanuele Nannini, coordinatore Emergency in Afghanistan, testimonia come questi ospedali estromettano i pazienti civili quando c’è anche solo la possibilità che arrivino dei feriti militari, quindi, anche solo nell’ipotesi che ci sia necessità di posti liberi. Le conseguenze sono gravissime, sia perché non sempre questi pazienti trovano immediata assistenza altrove, sia perché, dice Nannini, quando un medico ha iniziato un trattamento deve necessariamente portarlo a termine, pena il fallimento.
Il contributo di Emergency è fondamentale anche per il futuro di queste persone: molti dei mutilati vengono impiegati nella struttura stessa, e trovano lì una possibilità di reinserimento che non avrebbero mai trovato nella società afghana. È toccante la testimonianza di una donna afghana vittima di una mina e ora impiegata nella lavanderia dell’ospedale. Se non fosse stato per Emergency, le sue prospettive di vita sarebbero state nulle: la sua famiglia non le ha permesso di sposarsi, perché così mutilata non avrebbe mai potuto essere una buona madre. Quando bambine ferite arrivano in ospedale, lei cerca di incoraggiarle e rassicurarle, ma sa che la loro vita sarà forse più dura di quanto potranno mai sopportare.
Non è facile neanche per gli uomini: molti di loro sono l’unica risorsa per famiglie numerosissime, e a poche settimane dalle mutilazioni subite hanno fretta di lasciare l’ospedale e tentare di tornare a lavorare.

A questo proposito, fondamentale è anche il contributo della seconda struttura visitata da Giles Duley in Afghanistan: quella guidata da Alberto Cairo, che da 20 anni gestisce a Kabul i programmi ortopedici del Comitato internazionale di Croce Rossa a Kabul. Qui si assistono i mutilati nella loro riabilitazione e si producono protesi; gran parte dello staff è costituito dai mutilati stessi, che quindi ritrovano una prospettiva di lavoro e un senso per la propria vita assistendo chi ha subito ferite simili alle loro. Qui Giles conosce un bambino di otto anni che ha perso una gamba e un braccio nel tragitto da casa a scuola, e per il cui futuro il padre dispera. Ma il bambino è forte, ce la mette tutta per affrontare ciò che è impossibile da sopportare anche per un adulto. Giles è sicuro: se la caverà.

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