“Il viale del tramonto è lungo e bello, Dio me lo conservi”. Lo diceva già molto tempo fa Giulio Andreotti, guardando con distacco agli uomini e alle epoche che passavano mentre lui, serafico, inossidabile, era sempre lì: una vita fra i banchi di Montecitorio dal 1946, anno dell’Assemblea costituente che avrebbe dato il via alla storia repubblicana. E lui l’ha dominata, nel bene e nel male, quella storia, “democristiano atipico” spesso criticato dai suoi stessi compagni di partito, chiamato in causa nelle più nere vicende italiane, dalla loggia P2, agli omicidi Pecorelli e Dalla Chiesa, passando per il sequestro Moro. Ombre dalle quali si era sempre difeso senza urlare, mostrando rispetto per i giudici e accettando di comparire in tribunale fermo, composto, deciso a dare la sua versione dei fatti.
Ventidue volte ministro, sette vostre premier, era stato a capo dei governi di unità nazionale della fine degli anni ’70 per la sua vocazione al compromesso, alla conciliazione degli opposti, alla “dialettica della politica” – come l’aveva definita in una celebre scena del film Il Tassinaro, in cui compariva sul sedile posteriore del taxi guidato da Alberto Sordi. Tanti i suoi detrattori, così come i soprannomi poco (o forse molto) lusinghieri: il divo Giulio, Belzebù, o come disse Craxi “la volpe che finirà in pellicceria”. Andreotti si muoveva tra di loro col suo fare impenetrabile, con il suo tono dimesso e pungente. L’ironia gli serviva per guardare il mondo, per sviare le domande insidiose, per fulminare gli avversari o semplicemente per sottolineare le debolezze umane, di cui sembrava essere profondo conoscitore.
Legato alla Chiesa tanto da essere definito “cardinale esterno”, in politica estera si era distinto per un avvicinamento al mondo arabo – che gli aveva comportato non poche diffidenze da parte dell’establishment americano. Ma il punto interrogativo più grande resta legato alla politica interna, ai misteri della storia italiana che ha attraversato e che porta con sé. Nel 2008 il film Il Divo di Paolo Sorrentino lo ha accusato di essere implicato in tutte le stragi che hanno insanguinato il nostro Paese dal 1969 agli anni ’90, nel periodo buio del terrorismo, della strategia della tensione, della trattativa Stato-mafia. Il volto severo di Toni Servillo ha portato sulla scena un uomo acuto, profondo, coerente e determinato anche “a scegliere il male per preservare il bene”.
Controversa la sua figura anche nei processi: se era stato assolto nel 2003 dall’accusa di essere il mandante dell’omicidio del giornalista Mino Pecorelli, più pesante era stata la sentenza della Cassazione del 2004 per il processo a Palermo sui suoi rapporti con la mafia. I giudici lo avevano infatti assolto dall’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa per i fatti avvenuti dopo il 1980, mentre quelli anteriori al 1980 erano solo prescritti. La Cassazione confermava poi i toni durissimi della sentenza d’appello, che ravvisavano “segni autentici – e non meramente fittizi – di amichevole disponibilità, idonei, anche al di fuori della messa in atto di specifici ed effettivi interventi agevolativi, a contribuire al rafforzamento della organizzazione criminale, inducendo negli affiliati, anche per la sua autorevolezza politica, il sentimento di essere protetti al più alto livello del potere legale”.
Oltre alle ombre, resta l’immagine di un’altra politica, spesso spregiudicata e compromessa, certo lontana dai toni urlanti e dagli slogan di oggi. Basta pensare al modo in cui Andreotti si schermiva parlando di sé, con la consueta compostezza: “Non mi sento un nano né un gigante, mi piace pensare di appartenere a una mediocrità aurea”.
