«There was a time when I really did love books…»

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Nel Novembre del 1936, George Orwell pubblicò su The Forthnightly Review un articolo in cui rievocava la sua esperienza di assistente part-time in un negozio di libri usati di Hampstead, Londra. L’articolo si intitolava Bookshop memories.
Il grande scrittore e saggista britannico sfatava qualsiasi visione romantica della vita da libraio: la maggioranza dei frequentatori di librerie è costituita da donne in cerca di regali per i nipoti e dalle idee poco chiare; da clienti che cercano un libro letto nel 1897 e di cui non ricordano autore né titolo né trama; di studenti alla ricerca del libro di testo meno costoso; di paranoici che ordinano pile di volumi che non andranno mai a ritirare. Solo chi lavora in libreria tocca con mano il decadimento del gusto dei lettori: i romanzi gialli e rosa vincono su Priestley, Hemingway, Walpole e Wodehouse, mentre si vendono come il pane orribili libri per bambini: così orribili, dice Orwell, che ben volentieri regalerebbe ad un bambino il Satyricon di Petronio piuttosto che Peter Pan.
Di certo, conclude, il mestiere di librario non fa per lui, in primo luogo perché non è salutare: le librerie sono fredde di inverno, sempre terribilmente polverose, e i tagli di testa dei libri sono inspiegabilmente il luogo dove gli insetti preferiscono andare a morire. Poi per un altro, più importante motivo: lavorare in libreria ha spento in lui l’amore per i libri. La vista di carte antiche e di distese infinite di volumi, che prima lo emozionava, ora non ha più alcun effetto su di lui. Perché è associata ai clienti paranoici, alla polvere, e ai cadaveri di insetti.