Giornalisti in Turchia: tra proteste e censura, cosa insegna Gezi Park

Ahmet Abakay

“Negli eventi iniziati in piazza Taksim e poi allargatisi a tutta la Turchia, i giornalisti sono diventati l’obiettivo principale della polizia”.
Ahmet Abakay, presidente dell’Associazione dei giornalisti progressisti della Turchia, traccia un bilancio della condizione dei media nel Paese, messi alla prova dalle proteste di Gezi Park. Da un lato la censura delle tv nazionali, dall’altro piccoli canali indipendenti che hanno trasmesso in diretta le manifestazioni, spesso subendo arresti e perquisizioni.

Quali pericoli hanno corso i giornalisti che hanno deciso di raccontare gli eventi di Occupy Gezi?
Molti di loro sono stati presi in custodia, alcuni picchiati. Ad alcuni è stato impedito di avvicinarsi, impedendo loro di fare il proprio lavoro. Giornalisti e reporter sono stati considerati manifestanti coinvolti nelle proteste e questo è stato fatto coscientemente, perché la polizia e il governo non volevano che fosse rivelata la verità su cosa stava succedendo. Non solo: alcune sedi di giornali, riviste e agenzie stampa sono state perquisite; alcuni redattori sono stati fermati. La stampa è stata trattata come un criminale. L’Akp ha voluto solo le notizie che lo supportassero, rifiutando istituzioni e giornalisti considerati oppositori. È una cosa inaccettabile e contraria alla democrazia, queste azioni si vedono solo nei regimi fascisti, eppure accadono sempre più spesso in Turchia.

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