“Noi abbiamo già vinto”. Lettera di un turco al suo Paese

© Engin Korkmaz

Nelle ultime settimane ho parlato con molti ragazzi turchi: ho ascoltato i loro racconti, guardato foto e video che mi mandavano, chiacchierato con loro in chat. Ho raccolto la loro speranza e la loro rabbia, cercando di capirle e farle passare in un articolo. Poi, quando arrivano email come questa, la sintesi giornalistica appare di colpo inutile: allora ti rendi conto che un’email così non la puoi tagliare, che l’unica cosa da fare è tradurla il più fedelmente possibile per non perdere neanche una parola. Perché ogni frase parla da sola, e quella che era la testimonianza di un ragazzo, si è trasformata in una dichiarazione d’amore per la sua gente e il suo Paese. Ecco la lettera:

Sto cercando di seguire i media internazionali dall’inizio della Resistenza turca, ma non penso che ci sia sufficiente copertura da parte dei mezzi di comunicazione su questi quesiti: “Chi sono?” e “Cosa stanno cercando di fare?”. Non posso prendermela con loro, persino la maggior parte dei miei amici che resiste insieme a me non riesce a capire con chiarezza quello che sta succedendo.

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Taksim: il volto pacifico della protesta

police&flowersNon solo scontri e violenze. Mentre le manifestazioni continuano in tutta la Turchia e l’Associazione dei medici turchi diffonde il drammatico bollettino di oltre 4mila feriti e 3 morti in cinque giorni di proteste, c’è anche spazio per momenti positivi. Nella foto, una ragazza porge fiori alla polizia ad Ankara, dove ieri sera i cortei si sono svolti nel quartiere di Kizilay senza gravi incidenti. Stesso scenario a Istanbul in piazza Taksim, cuore di OccupyGezi, che ha visto i manifestanti riunirsi pacificamente con balli e musica. Curiosa poi l’iniziativa di centinaia di anonimi sostenitori del movimento, che hanno ordinato per i giovani in piazza migliaia di panini da una famosa catena di fast-food a domicilio. Il destinatario? Semplicemente: Taksim.