“Inventario di quel che resta dopo che la foresta brucia”: gli oggetti raccontano vite spezzate

È profondo e lieve il modo in cui Michele Ruol racconta la perdita indicibile, il dolore che invade corpo e mente diventando una presenza costante, assoluta. In Inventario di quel che resta dopo che la foresta brucia lo scrittore illumina i dettagli, gli angoli, gli oggetti che popolano distrattamente case e vite, e che diventano improvvisamente protagonisti quando il tempo si ferma e l’ordinario scorrere dell’esistenza si inceppa. Di fronte a un lutto troppo grande, lo sguardo d’insieme non si può sostenere: ci si rifugia allora nei gesti meccanici e negli oggetti del quotidiano. Sono loro, testimoni muti del tempo che fu, a raccontare una storia che intreccia l’assenza presente, i ricordi che arrivano come fitte dal passato, l’inaudita idea di un futuro impossibile da immaginare. 

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“Mia e la voragine”: una moderna Alice nella Dolina delle meraviglie

Gli oggetti prendono vita nell’immaginario di Mia, che ha quasi undici anni e osserva il mondo con occhi acuti e ribelli. Trascorre controvoglia tutte le estati nel piccolo centro di Dolina e vive costantemente oscurata dalla luce di sua madre, pediatra stimatissima e votata al lavoro come a una missione. Da questa posizione periferica Mia lancia sguardi sghembi verso i piccoli pazienti di sua madre, gli altri bambini del paese, la “pazza di Dolina”. Nessuno di loro è semplicemente quel che è, tutti subiscono una trasformazione: nella sua mente diventano animaletti, uomini-bestia o donne-sirena. 

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