Grande e dolente, semplicemente Gatsby

gatsby

“Sorrise con aria comprensiva, molto più che comprensiva. Era uno di quei sorrisi rari, dotati di un eterno incoraggiamento, che si incontrano quattro o cinque volte nella vita. Affrontava – o pareva affrontare – l’intero eterno mondo per un attimo, e poi si concentrava sulla persona cui era rivolto con un pregiudizio irresistibile a suo favore. La capiva esattamente fin dove voleva essere capita, credeva in lei come a lei sarebbe piaciuto credere in se stessa, e la assicurava di aver ricevuto da lei esattamente l’impressione che sperava di produrre nelle condizioni migliori. Esattamente a questo punto svaniva, e io mi trovavo di fronte a un giovane elegante che aveva superato da poco la trentina e la cui ricercatezza nel parlare rasentava l’assurdo”.
F. Scott Fitzgerald – Il grande Gatsby

Così, in uno dei più grandi classici della letteratura mondiale, entra in scena Jay Gatsby, fascinoso e indolente, sfacciatamente ricco e garbatamente elegante, misterioso anfitrione che coltiva la propria leggenda centellinando apparizioni e sorrisi. Si fa desiderare anche dal lettore, questo parvenu della New York anni ’20, costringendolo ad aspettare 50 pagine prima di poterne ammirare la teatrale comparsa. La trasposizione cinematografica di Baz Luhrmann ricalca fedelmente lo spirito del libro: prepara la voce fuori campo che narrerà la storia, infarcisce la trama di travolgenti feste barocche, spinge musica e corpi al parossismo per preparare l’ingresso in scena di un Leonardo Di Caprio perfettamente calato nella parte.

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