Grande e dolente, semplicemente Gatsby

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“Sorrise con aria comprensiva, molto più che comprensiva. Era uno di quei sorrisi rari, dotati di un eterno incoraggiamento, che si incontrano quattro o cinque volte nella vita. Affrontava – o pareva affrontare – l’intero eterno mondo per un attimo, e poi si concentrava sulla persona cui era rivolto con un pregiudizio irresistibile a suo favore. La capiva esattamente fin dove voleva essere capita, credeva in lei come a lei sarebbe piaciuto credere in se stessa, e la assicurava di aver ricevuto da lei esattamente l’impressione che sperava di produrre nelle condizioni migliori. Esattamente a questo punto svaniva, e io mi trovavo di fronte a un giovane elegante che aveva superato da poco la trentina e la cui ricercatezza nel parlare rasentava l’assurdo”.
F. Scott Fitzgerald – Il grande Gatsby

Così, in uno dei più grandi classici della letteratura mondiale, entra in scena Jay Gatsby, fascinoso e indolente, sfacciatamente ricco e garbatamente elegante, misterioso anfitrione che coltiva la propria leggenda centellinando apparizioni e sorrisi. Si fa desiderare anche dal lettore, questo parvenu della New York anni ’20, costringendolo ad aspettare 50 pagine prima di poterne ammirare la teatrale comparsa. La trasposizione cinematografica di Baz Luhrmann ricalca fedelmente lo spirito del libro: prepara la voce fuori campo che narrerà la storia, infarcisce la trama di travolgenti feste barocche, spinge musica e corpi al parossismo per preparare l’ingresso in scena di un Leonardo Di Caprio perfettamente calato nella parte.

Tra eccessi, canzoni hip hop, corse in auto d’epoca, tanto lusso e tanto rumore, si svolge la storia inquieta del protagonista, nato povero e diventato ricco per conquistare il cuore di una donna, Daisy, trovata e persa molti anni prima. Il fascino del romanzo, e del film, è tutto nell’attesa, nella preparazione, nella devozione di quest’uomo fedele a un’immagine del passato. Perché quello che lui insegue, perdendosi, è la proiezione dei propri desideri, l’immagine perfetta di una donna che in realtà non esiste, l’illusione di un sogno destinata a schiantarsi con la realtà fatta di convenienze, paure, calcoli e meschinità. Fa quasi tenerezza quest’uomo che rincorre il tempo, credendo di poter recuperare il passato e cambiare il destino con la forza della propria determinazione.

La spettacolarità cercata dal regista fa da cornice al dramma solitario che si svolge davanti agli occhi dello spettatore, invade anche le scene più intime, accompagna Gatsby come ne fosse diretta emanazione. L’eccesso non è ingombrante, né soffoca il protagonista; al contrario, diventa l’unica cifra per rendere un personaggio che non conosce misure, non accetta limiti, va avanti caparbio seguendo la propria incrollabile fiducia. In questo senso, è ancora più drammatico il risveglio finale, il lento scivolare verso la sconfitta, la sensazione di vuoto davanti a qualcosa cercata per anni e persa subito dopo averla afferrata. Il fallimento del sogno americano, di una ricchezza acquisita velocemente e con mezzi dubbiamente leciti, coincide e si sovrappone al fallimento solitario di un amore impossibile perché appartenente a un tempo altro. Le visioni potenti di Luhrmann esaltano questa caduta senza drammatizzarla; abbagliano e travolgono lo spettatore, lasciandolo però cosciente, consapevolmente immerso in una profonda, inguaribile malinconia.

Film: Il grande Gatsby
Titolo originale: The Great Gatsby
Regista: Baz Luhrmann
Nazione: Australia, Usa
Anno: 2013

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