Stupore e indignazione hanno accompagnato la sentenza di primo grado emessa ieri, nell’aula bunker del carcere di Rebibbia, sul caso Stefano Cucchi: dei dodici imputati, 5 medici sono stati condannati per omicidio colposo e uno per falso ideologico (tutti con pena sospesa); assolti, invece, i tre infermieri e le tre guardie carcerarie, perché “il fatto non sussiste”.
La reazione del pubblico presente in aula alla lettura della sentenza è stata immediata: nella confusione di voci, la parola “assassini” è stata scandita con forza. Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, ha parlato di tradimento da parte della giustizia e ha manifestato comprensione verso coloro che decidono a priori di non affidarsi a processi che sono principalmente “processi alla vittima, al morto, alle famiglie”, ma ha anche assicurato che continuerà a lottare affinché la verità emerga per intero e la morte di suo fratello abbia finalmente giustizia.
Stefano Cucchi, geometra trentunenne di Roma, fu arrestato il 15 ottobre 2009 perché trovato in possesso di alcuni grammi di hashish e cocaina. Il giorno dopo fu processato per direttissima e spedito a Regina Coeli. Morì nella sezione carceraria dell’ospedale Pertini il successivo 22 ottobre, il corpo evidentemente denutrito, coperto di ecchimosi e lividi e con fratture alla mascella e alla spina dorsale.
Una prima perizia dell’ottobre del 2010 stabilisce che Stefano è stato vittima di un pestaggio feroce, e che è successivamente morto di inanizione. Un’altra perizia, invece, datata dicembre 2012, conferma l’inanizione ma nega il pestaggio, definendo le lesioni accertate dall’autopsia compatibili con una brutta caduta. Una perizia sconcertante secondo la famiglia Cucchi, che fin dal primo momento ha reso pubbliche le foto del corpo di Stefano (per nulla compatibili, queste, con una brutta caduta) e ha accusato la Procura di non aver fatto abbastanza per far emergere le prove della verità.
Ieri, un tribunale ha classificato la morte di Stefano come caso di malasanità, oltretutto punendo i medici con pene ridicole. La sensazione è che sia stata fatta emergere solo una faccia della verità, lasciandone nell’ombra una parte importante: le fratture, le ecchimosi, i lividi, le testimonianze degli altri detenuti urlano un pestaggio feroce da parte delle guardie carcerarie. Stefano è stato ricoverato al Pertini, dove è morto di fame e sete nella assoluta noncuranza del personale ospedaliero: ma perché è stato ricoverato in ospedale? E perché quel corpo così martoriato?
Ieri è stata emessa una sentenza di primo grado: il cammino è ancora lungo e la famiglia Cucchi non smetterà di lottare. La prima reazione è il disprezzo della magistratura, che, nella sua incapacità di fargli giustizia, ha ucciso Stefano una seconda volta. Una magistratura che però, come afferma lo stesso avvocato della famiglia Cucchi, ha dovuto fare i conti con un’evidente mancanza di prove, la cui causa va ricercata negli antefatti del processo. E che è, anche, la stessa magistratura che ci si affretta a difendere nel momento in cui l’attacco viene da una ben nota parte politica.
Esprimere un giudizio in merito è superficiale, oltre che prematuro, e la speranza in una verità piena deve resistere. Ciò che invece esce del tutto a pezzi da questa vicenda è, ancora una volta, il grado di civiltà del nostro Paese. In quale nazione civile del ventunesimo secolo un uomo affidato alle istituzioni viene ridotto a cadavere martoriato in pochi giorni, qualunque sia stata la dinamica dei fatti? In quale Paese garante dei diritti umani una persona muore in ospedale di fame e sete, senza che gli venga concesso di parlare con l’avvocato e i familiari? E come è possibile che questi ultimi vengano tenuti all’oscuro di tutto, sino all’ordinanza di autopsia sul corpo del loro congiunto? Una storia da dittatura sudamericana, dove il carcere non recupera, non assiste, ma tortura, per poi affrettarsi ad insabbiare le prove.
La speranza è, lo ripetiamo, che i successivi gradi di giudizio forniscano una versione più completa della verità. Ma la frase che torna alla mente con insistenza è sempre la stessa: in un Paese veramente civile, tutto questo non sarebbe mai accaduto.

