Roy Lichtenstein, ovvero l’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica

(©ML)
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Roy Lichtenstein sembra non aver bisogno di presentazioni: è universalmente conosciuto come uno dei massimi rappresentanti della Pop Art, la cui ispirazione è legata al mondo dei fumetti e della pubblicità. È ricordato come uno degli artisti più controversi del Novecento: un acuto, critico osservatore della società contemporanea per alcuni; un genio del business, capace di guadagnare milioni con opere molto vicine al plagio per altri.
Al di là delle opinioni personali, realizzare opere d’arte nell’epoca della loro riproducibilità tecnica non deve essere stato facile: un pubblico bombardato da una miriade di immagini, molto spesso geniali tanto quanto commerciali, è esposto al rischio di non riuscire più a distinguere l’arte dalla pubblicità, di diventare insensibile all’espressione artistica e impermeabile al suo messaggio. I dipinti e le sculture di Lichtenstein sono uno studio di tutto questo, una riflessione su come l’immagine e la sua percezione siano state sottoposte ad un processo inesorabile di semplificazione. Una specie di “meta pittura”, il cui campo di indagine è molto più complesso rispetto a quanto può apparire in superficie: che senso hanno, nell’era dell’immagine pubblicitaria, i concetti di autorialità e originalità?

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