Roy Lichtenstein, ovvero l’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica

(©ML)
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Roy Lichtenstein sembra non aver bisogno di presentazioni: è universalmente conosciuto come uno dei massimi rappresentanti della Pop Art, la cui ispirazione è legata al mondo dei fumetti e della pubblicità. È ricordato come uno degli artisti più controversi del Novecento: un acuto, critico osservatore della società contemporanea per alcuni; un genio del business, capace di guadagnare milioni con opere molto vicine al plagio per altri.
Al di là delle opinioni personali, realizzare opere d’arte nell’epoca della loro riproducibilità tecnica non deve essere stato facile: un pubblico bombardato da una miriade di immagini, molto spesso geniali tanto quanto commerciali, è esposto al rischio di non riuscire più a distinguere l’arte dalla pubblicità, di diventare insensibile all’espressione artistica e impermeabile al suo messaggio. I dipinti e le sculture di Lichtenstein sono uno studio di tutto questo, una riflessione su come l’immagine e la sua percezione siano state sottoposte ad un processo inesorabile di semplificazione. Una specie di “meta pittura”, il cui campo di indagine è molto più complesso rispetto a quanto può apparire in superficie: che senso hanno, nell’era dell’immagine pubblicitaria, i concetti di autorialità e originalità?

Abbiamo visitato la retrospettiva che la Tate Modern Gallery di Londra ha dedicato all’artista statunitense: ben tredici sale, in cui circa 125 opere sono state distribuite per tecniche e tematiche. Uno sforzo enorme, quello di reperire e trattare per opere molto spesso conservate in collezioni private, ampiamente ripagato da una folla di visitatori il cui ingresso gli organizzatori hanno dovuto scaglionare, e che ha costretto la galleria a restare aperta ben oltre gli orari consueti.

L’arte come riflessione sull’arte è il leitmotiv di almeno tre gruppi di dipinti: il primo, intitolato “Brushstrokes” (pennellate), è composto da una serie di rappresentazioni del gesto artistico per antonomasia, la pennellata appunto. Si tratta di riproduzioni meccaniche, quasi in serie; di una descrizione fedele e volutamente priva di emozioni, probabilmente in polemica con l’espressionismo astratto di Pollock e de Kooning che invece conferiva alla pennellata una forte carica emozionale.

Il secondo gruppo è intitolato “Art about Ar”t: in questi dipinti, Lichtenstein dialoga con artisti del passato che celebra e parodia allo stesso tempo. Surrealismo e Cubismo (Liechtenstein considerava Picasso il più grande artista del ‘900 e ammise di riuscire con fatica a liberarsi dalla sua influenza) sembrano essere i soggetti privilegiati, ma di particolare forza espressiva sembra essere Lacoön, riproduzione della celebre scultura greca.
Anche “The Artist’s Studio”, titolo di un’altra delle tredici sale, ha un significato meta pittorico, anche se autoreferenziale: Liechtenstein raffigura qui i suoi studi, riproducendo i suoi stessi quadri appesi alle pareti e disseminando le stanze rappresentate di oggetti a loro volta ritratti in altri dipinti, come il telefono di R-R-R-R-Ring!! (1962) e il divano di Couch (1961).

In sale come “Black and White” e “Modern”, il soggetto è il rapporto con pubblicità e mass media: gli oggetti rappresentati sono di uso quotidiano; un’intera serie è dedicata agli specchi. Lichtenstein non ha mai utilizzato oggetti reali come modelli, ma solo loro rappresentazioni: i cataloghi pubblicitari erano la sua fonte privilegiata. Gli interessava notare come l’oggetto bidimensionale diventasse unitario ed estremamente facile da apprendere per l’occhio umano. I punti, tratto distintivo di molte superfici nei dipinti in stile Pop Art e direttamente mutuati dai metodi di sintesi del colore nella stampa d’uso commerciale, qui servono, paradossalmente, a conferire profondità all’oggetto.

Non mancano nella retrospettiva i dipinti che hanno reso Lichtenstein celebre e universalmente riconoscibile: quelli di soggetto fumettistico. L’artista scelse di rappresentare, attraverso il mezzo di comunicazione più simile a quelli utilizzati da mass media e pubblicità, i temi-cliché della cultura americana degli anni ’60, e dell’arte occidentale di tutti i tempi: amore e guerra. Dipinti come Whaam! (1963), Masterpiece (1962) e Drowning Girl (1963), riproduzioni fedeli di fumetti come All-American Men of War e Girls’ Romances, sono lo sguardo ironico dell’artista sulla cultura del suo tempo, la sua curiosità verso la pratica pubblicitaria di riprodurre all’infinito e sovraesporre un’immagine, di cui le sue stesse opere furono oggetto.

A completare la retrospettiva, paesaggi, nudi (anche questi realizzati a partire da immagini e non da soggetti reali) e astrazioni, queste ultime tese a sottolineare la differenza fra immagini perfette, ovvero costituite da una linea continua che scorre all’interno della tela e termina nello stesso punto da cui era partita, e immagini imperfette, in cui la linea oltrepassa il confine della tela, originando “errori creativi”contenuti in protuberanze triangolari della tela stessa.

Evento imperdibile per gli appassionati di arte contemporanea, la retrospettiva, organizzata in collaborazione con The Art Institute of Chicago, sarà alla Tate Modern sino al 27 di maggio: un invito a visitarla, per chi dovesse essere a Londra entro quella data, è d’obbligo.

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