Chi pensa che l’Italia sia vittima di una crisi sociale, oltre che economica, senza precedenti e senza eguali in Europa, dovrà ricredersi: c’è una nazione che ha saputo fare di peggio in fatto di distruzione sistematica delle istituzioni e di perdita dei valori, e questa nazione è Il Regno Unito. È quanto argomenta Gaia Servadio, celebre giornalista nata in Italia ma vissuta prevalentemente a Londra, nel suo libro più recente, C’è del marcio in Inghilterra, pubblicato da Salani nel 2011 e oggetto di discussione lo scorso lunedì all’Italian Bookshop di Londra, alla presenza dell’autrice e del giornalista e scrittore Ian Thompson.
Nessuna nazione è riuscita a distruggere le proprie istituzioni con tale solerte fretta e tanto zelo come la Gran Bretagna. Per spiegare a me stessa e agli altri questo voltafaccia, ho pensato di raccontare l’Inghilterra con storie, episodi, vicende, cose veramente accadute. Nulla di meglio della vita vissuta per mettere allo scoperto le ferite di una società che si è ammalata.
Non un atto di critica feroce, dice la scrittrice, ma la dolorosa presa d’atto di chi vede andare alla deriva una società che ama, che l’ha accolta e a cui deve molto. Una deriva sulla cui origine Servadio discute, nell’introduzione al volume, con lo storico Eric Hobsbawn e le cui prime avvisaglie entrambi collocano ai tempi di Margaret Tatcher, «donna meschina, misogina», del tutto immune al dubbio, prima personalità irrimediabilmente mediocre a detenere il potere politico per un così lungo periodo.
Sostenuta dalla classe aristocratica della cui distruzione è stata prima causa, la lady di ferro ha sostituito a quella oligarchia una classe politica che Gaia Servadio non esita a definire di gangster: politici che in gran parte hanno terminato la propria carriera nelle patrie galere, padri di una generazione di uomini di Stato corrotti o incompetenti i cui risultati più evidenti sono stati i governi di Tony Blair e di Gordon Brown, disastrosi soprattutto per i servizi (il sistema sanitario nazionale, per decenni fiore all’occhiello della nazione britannica, è ormai ridotto ai minimi termini) e per l’istruzione pubblica (i “nuovi” inglesi, educati nelle scuole di massa, sembrano essere, secondo i sondaggi e soprattutto le lamentele dei datori di lavoro, vicini all’analfabetismo).
Il declino della classe politica, che ha interessato tutta l’Europa, è stato paradossalmente più dannoso in Gran Bretagna, nazione abituata ad affidarsi alla politica e a rispettarne decisioni e regole, che in Italia, dove la società ha sempre guardato con diffidenza al potere, ha imparato a «cavarsela da sé», con tutte le conseguenze comunque negative che questa “frattura” ha portato.
E che dire del declino del gusto e della morale di cui la società britannica è stata vittima? La Londra grigia ma rispettabile e sobria della fine degli anni Cinquanta è stata invasa dal “culto del brutto” di origine punk: Vivienne Westwood è, secondo Gaia Servadio, icona della “orocrazia”, intesa come dominio non solo della classe finanziaria in senso lato (arricchitasi a scapito dell’intero sistema) ma anche di quei “nuovi ricchi” figli della cultura capitalistica e tatcheriana il cui carattere distintivo è la più completa e sordida ignoranza.
Il Sessantotto britannico non è stato altro che una rivoluzione finta, di facciata, il trionfo del brutto, «un tuffo nella droga». Il risultato è l’odierbo culto della celebrity e di icone discutibili, senza distinzione alcuna fra i componenti della famiglia reale e i personaggi del Big Brother, capaci addirittura di vendere ai media la propria morte (è il caso di Jade Goody, di cui Servadio parla diffusamente nel primo capitolo del libro: ragazza madre semi analfabeta divenuta celebre grazie al reality show, ammalatasi di cancro ha permesso alle telecamere di seguirla nei cicli di chemioterapia, fino all’agonia e alla morte, per assicurare ai due figli denaro per una vita dignitosa).
Una discussione che è stata un po’ il crollo di un mito per un uditorio composto in gran parte da italiani emigrati in Inghilterra al seguito del miraggio di un mercato del lavoro dinamico e meritocratico. Che si tratti di un miraggio è impossibile, per chi conosce l’Italia, essere del tutto convinti. Ma il fatto che di fronte all’evoluzione (o involuzione?) della politica e dei costumi tutto il mondo sia paese, è un concetto che è forse necessario accettare di buon grado.
Titolo: C’è del marcio in Inghilterra
Autore: Gaia Servadio
Anno: 2011
Editore: Salani
