Cadere a Cuba, la voce degli sconfitti

Una famiglia si racconta mentre il mondo intorno si sgretola. La storia prende forma nelle parole del figlio, della madre, del padre e della figlia. Le verità si rincorrono, si sfiorano, si incastrano. Sullo sfondo c’è Cuba: un Paese che crolla sotto il peso della corruzione e dell’ideologia in frantumi. Il padre adora idoli che non ci sono più, il figlio non crede più a nulla, la figlia si adegua per sopravvivere, la madre sembra cercare riparo nella sofferenza. La sua malattia detta il ritmo della narrazione, le sue cadute scandiscono i giorni dei familiari, fermano il tempo, creano una bolla di apprensione e impotenza. 

La frustrazione unisce le quattro figure, cresce nel grigiore del presente, si nutre di ricordi che hanno il sapore della miseria. La caduta individuale riproduce in miniatura la desolazione di un tonfo collettivo. Non c’è riscatto nella Cuba raccontata da Carlos Manuel Álvarez, resta solo la malinconia dei giorni che passano. Il mondo esterno accerchia i singoli, li spinge in un angolo, toglie loro spazio e individualità. 

Lo stile è asciutto, non ci sono guizzi a raccontare svolte improvvise: gli eventi prendono forma in modo naturale e ineluttabile, le rivelazioni appaiono già vecchie, come se in fondo non potesse andare che così. La resa è lenta e senza gloria in questo libro che racconta il disincanto, il non detto, le possibilità infrante, la tensione verso quello che dovrebbe essere e poi, quasi sempre, non è.  

Abbiamo anche altre armi: smettere di aver paura della notte o del buio, smettere di aver paura dei rumori, sapere che i rumori sono amici, il vero rivale è il silenzio.

Libro: Cadere
Autore: Carlos Manuel Álvarez, 2018
Titolo originale: Los caídos
Traduttrice: Violetta Colonnelli
Edizione: SUR, 2020

Foto: Gianvito Rutigliano

Briefly in English: The portrait of a family surrounded by a collapsing world. Each member of the family tells their own truth. In the background is Cuba: a country that is falling apart undermined by corruption and shattered ideology. The father worships idols that no longer exist, the son doesn’t believe in anything, the daughter adapts herself in order to survive, suffering seems to be like a refuge to the mother. Her illness gives rhythm to the narrative, her falls mark the days of the family: they stop time and create a bubble of apprehension and helplessness. The characters share the same frustration: a feeling that grows in the monotony of the present, fed by memories that taste like misery. Carlos Manuel Álvarez describes Cuba as a country with no redemption: there is just sadness for time going by. The social environment surrounds people, it corners them taking away their space and individuality.

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