Abolire la Silicon Valley: manifesto per una tecnologia al servizio delle persone

9781912248704Abolish Silicon Valley: un titolo che fa pensare all’urlo rabbioso di rivoluzionari della tecnologia la cui missione è annientare i giganti dell’hi-tech e restituire agli abitanti di San Francisco un’area della loro città resa inaccessibile dal costo della vita proibitivo.

Un titolo che è però puro (ed efficace) marketing editoriale, perché questo libro, metà autobiografia e metà manifesto, non è né arrabbiato né rivoluzionario: è una polemica contro l’industria dell’alta tecnologia da parte di chi la conosce bene per averci lavorato, e il ritratto ideale di una Silicon Valley che si vuole non tanto abolita, quanto liberata dalle pressioni del profitto e modello di un’innovazione tecnologica posta finalmente al servizio della società.

Eppure leggendo la parte autobiografica, che è poi la più sostanziosa del libro, non si può non pensare ad un atto dettato dalla rabbia. L’autrice, Wendy Liu, è una giovane programmatrice informatica, astro nascente della Silicon Valley del titolo, convertitasi al giornalismo di sinistra dopo un insoddisfacente periodo di lavoro presso Google e un tentativo fallito di fondare e sviluppare una startup. La sua storia è interessante. Appassionata di computer sin da piccola – crea il suo primo sito web a dodici anni – Liu studia matematica e informatica alla McGill University di Montreal. È ambiziosa e sicura di sé. Si sente fortunata: è appassionata di qualcosa che il mercato richiede, e che remunera generosamente. Si sente superiore a chi studia arte e letteratura: persone poco ambiziose, che hanno scelto studi “facili” e che finiranno per servire hamburger in qualche fast food. Si sente orgogliosa: è una delle poche studentesse del suo corso. Sarà perché il mondo della tecnologia è storicamente ostile alle donne? Forse, ma questo non fa altro che confermare il suo status di donna speciale.

La sua prospettiva cambia lentamente con il tirocinio presso Google, a San Francisco. Dopo l’esaltazione iniziale – si tratta di Google, l’idolo di qualunque studente di informatica; le prospettive di un impiego strapagato e a tempo indeterminato sono ottime, così come i bonus e in generale la qualità di vita offerta – Wendy Liu inizia a notare qualche crepa nel sistema. Innanzitutto, il lavoro è noioso: i progetti che le vengono assegnati sono poco significativi, le problematiche ripetitive, la creatività e iniziativa limitate. Appassionata di open source, vorrebbe portare avanti qualche progetto personale, ma non può farlo senza il permesso degli avvocati di Google e la stretta sorveglianza dei manager. Un suo collega viene licenziato per aver concesso un’intervista alla stampa che non è per niente compromettente per Google, ma ne “tradisce la fiducia”. Niente di quello a cui Liu sta lavorando si concilia con il millantato obiettivo dell’azienda di migliorare il mondo tramite la tecnologia: unico scopo è fare soldi, in quantità inimmaginabili e per il benessere di un gruppo piuttosto ristretto, anche a patto di perseguire progetti del tutto futili. Inoltre, durante il percorso quotidiano fra casa e ufficio, Wendy Liu nota la differenza fra il lusso che la circonda al lavoro e la miseria che caratterizza il mondo al di fuori. San Francisco, in cui dominano le aziende dal fatturato di miliardi di dollari, è piena di poveri e senzatetto, ed è una città che ormai in pochi si possono permettere: invece di giovarsi della ricchezza generata dall’hi-tech, ne è diventata una vittima.

In parte per queste ragioni, in parte per ambizione personale, quando Google fa la sua offerta impossibile da rifiutare Wendy la rifiuta, decidendo piuttosto di dedicarsi, insieme ad alcuni colleghi di corso, al lancio di una startup. Ma anche l’inizio di questo percorso è confuso, l’idea di fondo cambia in continuazione e l’impresa finisce per occuparsi della raccolta e della vendita di dati personali a imprese di marketing – un progetto che è il contrario di “bene comune” (e che oggi, alla luce di Cambridge Analytica, suona piuttosto sinistro). La startup non appassiona i suoi fondatori e non decolla, e finisce per essere venduta a un prezzo molto inferiore a quello sperato. L’esperienza disillude l’autrice e non fa altro che rafforzare convinzioni che aveva già maturato: il mondo dell’hi-tech ha raggiunto livelli di ricchezza tali da perdere totalmente il contatto con la realtà. Si spendono cifre astronomiche e risorse umane in progetti futili, il cui unico scopo è arricchire gruppi ristretti, o addirittura singoli individui – i vari Bezos, Zuckerberg, Musk – che diventano oggetto di culto. E spesso i loro patrimoni miliardari contrastano non poco con la realtà dei loro lavoratori, sfruttati e sottopagati – le condizioni di lavoro nei magazzini di Amazon sono ormai di dominio pubblico.

Liu decide di abbandonare il mondo per cui ha lavorato duramente e che si pente di aver idealizzato, per trasferirsi a Londra e studiare seriamente il concetto di ineguaglianza sociale con un master alla London School of Economics; legge moltissimo, partecipa ai convegni di Momentum (il movimento nato a supporto del partito laburista e della leadership di Jeremy Corbyn), inizia a scrivere, unendo la coscienza politica che ha maturato alle conoscenze in ambito economico e tecnologico che già possiede. Pubblica questo suo primo libro.

Rabbia, quindi? Amarezza di chi ha rovinato una carriera promettente con delle scelte sbagliate? Forse, anzi certamente, c’è un retrogusto di di delusione e di risentimento nelle parole di Wendy Liu, che però non sminuisce il valore delle sua coraggiosa autocritica né il significato di un progetto che è del tutto condivisibile. Come ha ricordato Stiglitz nel suo breve ma significativo intervento al SalTo Extra, la serie di eventi online che ha sostituito il Salone del Libro di Torino in quest’anno segnato dal Covid-19, la scienza va trattata come un bene pubblico; va finanziata pubblicamente, messa a disposizione della società civile, protetta dalle regole di mercato. Pensare ai risultati che sono stati raggiunti dalla tecnologia negli ultimi venti anni, se confrontati coi passi da gigante fatti in periodi di tempo più brevi in passato, fuga ogni dubbio sulla strada che la ricerca tecnologica ha intrapreso: quali pietre miliari vengono in mente, a parte Amazon, Facebook e gli altri social media, o Tesla? Imprese, alcune delle quali nate da idee semplici e francamente futili, che oltre a creare milionari hanno fatto poco altro, in un mondo che ha disperatamente bisogno della ricerca scientifica e della tecnologia per affrontare il problema endemico della povertà, per esempio; per salvare il pianeta dal riscaldamento globale, per permettere il progresso in campo medico. Non che non siano stati fatti progressi in questi campi; di certo molto di più si sarebbe potuto fare se lo scopo di lucro non fosse stato così prevalente.

Non un libro arrabbiato e, come dicevamo all’inizio, non un libro rivoluzionario, perché le alternative proposte da Wendy Liu non prevedono un rovesciamento improvviso del sistema né sono realizzabili a breve termine, perché non possono prescindere da una presa di coscienza collettiva dei lavoratori della tecnologia (inclusa la categoria dei programmatori che, confusi dagli stipendi alti e dalla facilità di trovare un impiego, non si rendono conto di essere anch’essi ingranaggi di un sistema altamente gerarchico e al servizio di pochissimi). Il mondo dell’ hi-tech va cambiato sino a diventare irriconoscibile, a partire dai profitti, al momento così astronomici da essere del tutto ingiustificabili. Per liberare la tecnologia dal capitalismo servono finanziamenti pubblici a cooperative e aziende no-profit; serve che ai lavoratori siano concessi diritti e che i salari siano proporzionati nelle gerarchie di ogni azienda, per garantire una distribuzione egualitaria della ricchezza; bisognerebbe rivedere le leggi sulla proprietà intellettuale: i brevetti andrebbero concessi con più parsimonia e dovrebbero sfociare, dopo alcuni anni, nel dominio pubblico, a partire dalle innovazioni più utili e dalla aziende più ricche.

Nessuno di questi cambiamenti è semplice e veloce da realizzare: Abolish Silicon Valley resta quindi un manifesto teorico ma non per questo meno informativo, interessante, capace di ispirare una generazione di lavoratori della tecnologia, interni ed esterni alla Silicon Valley, che già intravedono le crepe nel sistema ed iniziano a osservarlo con un occhio più critico; iniziano a pretendere che l’estrema ricchezza corrisponda anche ad un estremo senso di responsabilità.

Questo esordio è una piccola gemma nel catalogo di Repeater Books, piccola casa editrice inglese fondata, fra gli altri, dal filosofo Mark Fisher. Nel suo tentativo di valorizzare la letteratura in tutte le sue forme come veicolo di significato e  come alternativa al cinismo e alla disillusione, Repeater si sta rivelando un punto di riferimento per chi cerca rifugio dalla propaganda e dal vuoto politico rappresentato dai Tory, e vuole prepararsi intellettualmente al cambiamento, quando questo avverrà. Molti dei libri in catalogo però, a partire da Abolish Silicon Valley, esulano dalla realtà del Regno Unito, e sono di respiro decisamente più ampio. Sarebbe bello e utile poter ascoltare alcune di queste nuove voci anche in Italia.

In a sense, abolishing Silicon Valley isn’t really possible – at least not anytime soon. And yet the point of making the demand is to illustrate that the systems that govern our world are constructed – the product of choices by human beings who came before us. Things weren’t always like this, and they don’t always have to be like this, either.

Libro: Abolish Silicon Valley – How To Liberate Technology From Capitalism
Autrice: Wendy Liu
Edizione: Repeater Books, 2020

Briefly in English: This is my review of Abolish Silicon Valley – How to Liberate Technology from Capitalism, Wendy Liu’s debut book about the need to replace the pursuit for individual wealth and glory with a technological innovation that is driven by collective goals and support of the common good. Most of the changes proposed by Liu can’t happen overnight and require a collective, radical mental shift. Some of them involve changing the intellectual property law; others are more about workers’ rights, public financial support, and the end of private ownership of tech enterprises. An informative and inspiring book that would be good to see translated into Italian soon.

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