La felicità degli altri è il racconto della lenta e non definitiva elaborazione del dolore che Clotilde porta con sé dagli anni dell’infanzia. La protagonista deve il suo nome a quello di una zia che non ha mai amato: per questo, e per il suo inappagato bisogno di fuga dal passato e la infruttuosa ricerca di se stessa, nel corso della storia lo cambierà in Cloe, poi in Anais ed Esoluna. Cambi di identità e di collocazione affettiva e geografica che raccontano un personaggio evasivo, che si rifugia nelle ombre dei non detti e fugge dalla menzogna che la sua mente – rimasta in parte bambina – ha elaborato, e sulla quale ha costruito un’identità fragile e ostile.
Figlia di due genitori anaffettivi e male assortiti, Beatrice e Manfredi, e con un fratello, Emanuel, la cui scomparsa è avvolta in un mistero doloroso, Cloe trascorre la sua infanzia e adolescenza – dopo la disgregazione della famiglia di origine –nella Casa dei timidi, una sorta di comunità per bambini senza più riferimenti parentali gestita dal Generale e da Madame, due figure poetiche e anch’esse delineate con pochi tratti utili a lasciarle ai limiti della credibilità. Allontanatasi a diciott’anni dalla Collina su cui la Casa sorge, Cloe inizia la ricerca del proprio posto nel mondo, scegliendo una relazione chiaramente tossica con un narcisista patologico, Baldassarre, e incontrando una figura per lei illuminante e salvifica, quella del professor T. Quest’ultimo incontro è il solo che nel libro abbia una precisa collocazione geografica, Venezia.
Il romanzo di Carmen Pellegrino – autrice per la quale Treccani ha coniato la definizione di “abbandonologa”, ovvero “studiosa dei borghi disabitati e delle rovine di antichi insediamenti” – è infatti pregno di una sorta di realismo magico in cui gli scarsi riferimenti geografici e temporali, le descrizioni dei protagonisti, dei luoghi, delle situazioni, la scelta di nomi desueti per i personaggi e con palesi riferimenti letterari, storici e mitologici sfumano nel favolistico, sospendendo l’incredulità del lettore nel racconto di fatti appena verosimili. Questa scelta stilistica fa sì che nella storia qualcosa continui a sfuggire al lettore, conferendo una qualche immaterialità al racconto, alle sue ambientazioni, ai suoi protagonisti.
Le costanti allusioni letterarie e storiche contribuiscono al risultato finale. Il titolo stesso del libro è un riferimento al primo verso della poesia O forse la felicità di Giovanni Raboni. Ma non è la sola occasione in cui l’autrice si concede una citazione colta: tutto il libro indugia in riferimenti al teatro greco, alla Storia, alla poesia, raggiungendo vette sì alte, ma che lasciano il sospetto di un romanzo che parli a se stesso più che al lettore, che si ripieghi sul citazionismo colto alla ricerca costante – pagina dopo pagina, riferimento dopo riferimento, interludio dopo interludio – di un esercizio di stile capace di occultare tra le pagine un traboccante sfoggio di indubbia conoscenza.
La scrittura raffinata, per quanto apprezzabile, finisce con l’affaticare e rallentare la lettura e appiattire la caratterizzazione dei personaggi, soprattutto nei dialoghi, dove è evidente che gli interlocutori non vengano caratterizzati univocamente grazie a una parlata personale e si esprimano con un gergo comune, complesso e involuto, che li rende quasi indistinguibili, anche dove questi siano un’adulta e un bambino. Gli stessi ragionamenti e soliloqui di Cloe si mostrano più come dei filosofeggiamenti che delle riflessioni personali e solitarie, perdendo di spontaneità.
Probabilmente il contrasto più stridente nel romanzo di Carmen Pellegrino sta proprio nello stile: quella di Cloe è una storia di ricerca personale, una fuga dagli orrori dell’infanzia, che dovrebbe mostrare il lato più intimo, doloroso e sporco della vita; i toni letterari alti, però, appaiono poco coerenti con il contenuto del libro e rendono i personaggi scarsamente sfaccettati e credibili.
La felicità degli altri è dunque un’ottima prova stilistica per un’autrice che ha fatto della capziosità della propria scrittura un marchio di fabbrica, ma che potrebbe non convincere fino in fondo un lettore avvezzo a toni più vicini a quelli del mondo reale.
Nell’inverno del mio cuore ho desiderato a lungo di essere amata. Talmente impaziente, questo desiderio, da ritenerlo a un certo punto un’aberrazione affettiva.
Libro: La felicità degli altri
Autrice: Carmen Pellegrino
Edizione: La nave di Teseo, 2021
Foto: Angela Pansini Valentini
Briefly in English: “La felicità degli altri” (“The Happiness of Others”) by Carmen Pellegrino tells the story of Clotilde, a character with a fragile identity and a hostile attitude who tries to escape her past and find out who she really is, but seems to be forever stuck in her childhood. Named after an aunt she doesn’t love, Clotilde changes her name several times, becoming Cloe at first, then Anais and Esoluna. After the death of her brother and the failure of her parent’s marriage, Cloe spends most of her youth in the House of the Shy, a strange orphanage which she leaves at eighteen to find her place in the world. She’ll soon find herself in a toxic relationship with the narcissistic Baldassarre, but she’ll also meet an enlightening and redeeming figure, Professor T. The most striking feature of this novel is its refined, highly ornated style, whose complexity is compounded by a variety of erudite references which reveal the depth of Pellegrino’s knowledge but also clash with the novel’s main themes: grief, identity, and the dirtiest, darkest side of life.


Una storia molto interessante con una protagonista molto complessa e alla ricerca di se stessa. Un tipo di storia che mi incuriosisce sempre e che prima o poi leggerò con piacere.