
Un mondo che scompare, portato via dalla corrente. Quella in cui si muove il piccolo Ganbeto è una realtà in repentina trasformazione, fatta di antichi riti e mestieri che cedono il passo al nuovo. In casa arrivano il bagno e la televisione, l’italiano si fa strada scalzando il dialetto, il paese cambia condannando all’oblio consuetudini che sembravano eterne. Eppure il tempo sembra concedere una sospensione a bordo del burcio, l’imbarcazione usata per il trasporto delle merci sui canali e sui fiumi della Pianura Padana. Sul burcio di nonno Caronte, la “Teresina”, Ganbeto trascorre un’estate mitica, di crescita e scoperta, maturando la convinzione che “non avrebbe mai fatto altro nella vita: il barcaro era l’arte per la quale sentiva di essere nato”.
La storia, però, ha deciso diversamente. Il trasporto si sta spostando su strada, il mestiere del barcaro, tramandato in famiglia per generazioni, sembra ormai appartenere al passato. Ganbeto ancora non lo sa, ma lo avverte confusamente nelle imprecazioni a mezza voce del nonno davanti alle osterie che diventano bar, ai motori che sostituiscono le vele, agli uomini che lasciano la barca scegliendo la fatica sicura della “fabrica”.
A bordo del burcio con lui e Caronte, navighiamo sui canali facendo attenzione a che “l’acqua non rida”, che non gorgogli cioè per la presenza di una pietra o per il fondale basso, ormeggiamo in attesa di scaricare le merci, scopriamo il mistero della laguna e la meraviglia del mare. È l’estate del 1966: solo pochi mesi dopo, “l’acqua granda”, l’alluvione, arriverà con la sua furia a segnare la fine di un mondo e a spazzare via quel che ne resta.
Paolo Malaguti racconta questo passaggio drammatico con delicatezza, attraverso i cambiamenti di un bambino che diventa adulto: osserva con i suoi occhi e parla con la sua lingua, con le parole del dialetto che in alcuni punti rendono aspra la lettura. Le svolte del presente si abbracciano, sì, ma con una punta di nostalgia e con la consapevolezza che il passato non si lascia cancellare facilmente. Qualcosa rimane addosso, perché “le cose, per altra via, resistono e sono dure a morire, di nuovo come l’acqua, che resta sempre lei, e fa sempre lo stesso giro”.
Ganbeto, fugati più o meno i dubbi, corse a prua, si protese in avanti, e iniziò a scrutare il canale, serio e concentrato come se stessero navigando tra le mine. Non capì che era il burcio davanti a loro a tagliare l’acqua, e che quindi da lì avrebbero segnalato eventuali ostacoli; non capì nemmeno che con quel primo compito Caronte iniziava a fargli stringere amicizia con il canale, perché un barcaro può conoscere il suo burcio fino all’ultimo chiodo e all’ultima asse, ma se non conosce come si comportano le acque su cui naviga, fa poca strada.
Libro: Se l’acqua ride
Autore: Paolo Malaguti
Edizione: Einaudi, 2020
Foto: Gianvito Rutigliano
Briefly in English: “Se l’acqua ride” takes the reader aboard the “burcio”, a traditional boat used to transport goods in the Po Valley. The protagonist, a young boy named Ganbeto, helps his grandfather Caronte who works as a “barcaro” on the valley’s rivers and canals. He spends an almost mythical summer on the burcio but he feels that everything is about to change: the old world of ancient rites and crafts is quickly going to disappear, swamped by the inescapable arrival of modernity.
