Tunisia, dove sta andando la rivoluzione

Indicazioni stradali nell’entroterra tunisino (© CB)

Si chiamava Mohamed Bouazizi, suicida perché non aveva più nulla. Era il 17 dicembre 2010 quando, a 26 anni, un ambulante tunisino si dava fuoco a Sidi Bouzid, in una delle zone più povere del Paese. Un gesto di protesta contro il caro vita e la miseria, un gesto che ha fatto il giro del mondo ed è diventato il simbolo del “risveglio arabo” in Maghreb e Medio Oriente. Poche settimane più tardi Ben Ali, al potere dal 1987, avrebbe lasciato il governo aprendo la strada a istituzioni democratiche. Ma la transizione si è rivelata lenta e difficile: due anni dopo la “rivoluzione dei gelsomini”, la Tunisia è ancora divisa fra speranza e disincanto, spinte progressiste e tentazioni conservatrici. Certo la libertà di stampa e la critica del potere aprono nuove occasioni di partecipazione e dibattito. Ma le incognite restano, a partire dalla situazione economica: il 2012 ha registrato una lieve ripresa, ma la disoccupazione tocca il 19 per cento, con punte del 30 fra i giovani.

Sono proprio loro i più delusi. Camminando per le vie di Tunisi è facile incontrare ragazzi come Iskander, 26 anni, che lavora in un bar di fronte all’Università di Lingue perché non ha trovato niente di meglio nonostante il diploma: «La rivoluzione si è spenta – dice – tutto è rimasto esattamente com’era». È la stessa delusione che si legge nelle parole di Meher, 23 anni, studente di Ingegneria. Classe più agiata, genitori dirigenti di un colosso delle comunicazioni, ha deciso di studiare italiano perché sogna di lavorare all’estero. Aveva un gruppo di contestazione durante le rivolte, “Takriz”, ma ora il suo sorriso è amaro: «Quale rivoluzione? Per una rivoluzione serve un cambiamento radicale, e qui non è cambiato nulla».

L’islamizzazione dolce

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Il Parlamento in seduta (© CB)

In realtà, qualcosa di diverso c’è: dopo le elezioni dell’ottobre 2011 per eleggere l’Assemblea costituente, nel Parlamento accanto allo storico museo del Bardo siede con una larga maggioranza la forza islamica moderata Ennahdha. Un partito che, secondo l’opposizione, sta cercando di realizzare una sorta di “islamizzazione dolce” del Paese. «Dopo la rivoluzione ci sono più donne velate, la gente ha più paura, il governo vuole lentamente instaurare un regime islamico» – spiega Hachmi Nouira, tra i fondatori del sindacato dei giornalisti tunisini e firma di La Presse. «Il governo non ha ancora legiferato in materia di media e giustizia, e ha un atteggiamento ambiguo verso i gruppi islamici più estremisti». Il riferimento è ai salafiti e ai tanti episodi preoccupanti degli ultimi mesi: Nabil Karoui, direttore della tv Nessma, è stato condannato a una multa di 2.400 dinari (1.200 euro) per aver trasmesso il film franco-persiano Persepolis e aver così “violato i valori sacri e disturbato l’ordine pubblico”; la scorsa estate sono scoppiati gravi disordini nella città costiera di La Marsa per una mostra artistica considerata blasfema perché contenente opere con riferimenti ad Allah e Maometto; il Ramadan dello scorso luglio è stato osservato ancora più rigidamente del solito, con negozi chiusi durante il giorno o aperti solo per i turisti, in modo da evitare le ritorsioni dei salafiti.

La Troika al potere (oltre a Ennahdha ci sono il Partito del Congresso ed Ettakatol, entrambi laici) oscilla: da un lato, il governo si presenta al mondo come coalizione moderata e progressista; dall’altro, Ennahdha opera all’interno delle istituzioni per introdurre leggi che rischiano di minare quella laicità dello stato voluta dal padre della patria Bourguiba e preservata sotto il regime di Ben Ali.

Ha fatto scalpore la proposta di una “legge sulla blasfemia” per condannare insulti, descrizioni blasfeme o rappresentazioni di Allah e Maometto; così come l’autorizzazione di gruppi estremisti quali il “Comitato per la promozione del bene e la prevenzione del male”, una specie di polizia religiosa fuori legge sotto il regime di Ben Ali e legalizzata lo scorso febbraio con il nome di “Forza moderata per la coscienza e la riforma”. Faiçel Nacer, esponente di Ennahdha, difende le scelte della coalizione: «Veniamo da decenni di dittatura, stiamo imparando la democrazia e pensiamo che l’unico modo per contenere questi gruppi sia coinvolgerli nel processo democratico cercando con loro un dialogo costante»

La questione femminile

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Avenue Habib Borguiba (© CB)

E poi ci sono i diritti delle donne. Alcune misure, come la proposta di modifica dell’articolo 28 della Costituzione – poi ritirata per la forte reazione dell’opinione pubblica – che avrebbe definito la donna non più uguale all’uomo, ma a lui complementare nell’ambiente familiare e associata nello sviluppo della patria, ha fatto davvero temere un passo indietro: la paura è che si perdano i diritti civili acquisiti con il Codice dello Statuto personale approvato da Bourguiba nel 1956. Codice che introduceva, fra l’altro, la parità tra uomo e donna, il divieto della poligamia e la possibilità per le donne di chiedere il divorzio.

Di una regressione parla Iqbal al Gharbi, prima donna a ottenere una cattedra all’università islamica Zaytuna di Tunisi: «Gli imam nelle moschee si occupano delle donne, del loro modo di vestire e di comportarsi, parlano di hijab e di morale con un approccio molto superficiale, incitano alla violenza contro le minoranze. E il governo non fa nulla: con il pretesto della libertà, tollera queste derive estremiste». Amel Azzouz, membro del Parlamento tra le file di Ennahdha, difende invece l’operato del partito: L’Islam e i suoi valori fanno parte della nostra cultura, ma vogliamo costruire uno Stato repubblicano in cui possano riconoscersi tutti i tunisini, musulmani e non». Il cammino verso la democrazia dovrà trovare un difficile equilibrio fra laicità e religione, dovrà sciogliere le ambiguità di una nazione dalla doppia anima: da un lato profondamente araba e islamica, dall’altro irresistibilmente attratta dal mondo occidentale.

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