Primo Maggio, resoconto di una giornata particolare

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©previsionari.it

Fra una piazza romana come di consueto gremita e una ex discarica tarantina finalmente arrabbiata, L’Italia ha festeggiato anche questo Primo Maggio. In settecentomila, a Roma, hanno applaudito Max Gazzè, Capossela e soprattutto gli Elii, la cui ironia questa volta si è scagliata proprio contro i luoghi comuni del Concertone e delle sue invettive “ai danni del capitalismo”; hanno contestato pesantemente il Pd e Berlusconi, le due facce (o la stessa, malamente camuffata) della medaglia politica italiana che solo in un Paese contraddittorio come il nostro possono essere contemporaneamente i più fischiati e i più votati; hanno applaudito il carabiniere ferito di fronte a Palazzo Chigi la scorsa settimana (mentre a Torino si inneggiava, sì, ma all’attentatore).

Senza dubbio il vero Concertone (o Controconcertone, come è stato definito per comodità e forse con un pizzico di polemica) quest’anno lo hanno fatto i ventimila al seguito di Michele Riondino a Taranto. Se c’è una città che riassuma i problemi e le contraddizioni dell’Italia, infatti, questa è proprio Taranto: con quasi tremila pesantissimi anni di storia sulle spalle, con la sua importanza commerciale e strategica, il capoluogo combatte ormai da trent’anni la sua battaglia contro il ricatto occupazionale dell’Ilva: scegliete, pugliesi, fra il lavoro e la vita. A significare come la recessione non sia l’unico male, e neanche il peggiore.

Ma allora ci chiediamo, quest’anno come non mai: cosa c’è da festeggiare? Con quasi il 40% di disoccupazione giovanile, e con una fetta importante della popolazione alla prese non solo con il rischio povertà, ma anche con le conseguenze sanitarie e ambientali della passata scelta di Taranto di vendersi al migliore offerente, trovare un motivo di gioia è davvero difficile. Ormai da qualche anno il Primo Maggio celebra il vuoto esistenziale di tanti padri di famiglia la cui personalità è annullata dal bisogno costante di far quadrare i conti, e da quello dei loro figli alle prese con la consapevolezza che forse non diventeranno mai quello che avevano progettato.

Forse è proprio questa la sfida più grande: opporre allo sconforto la stima di sé, continuare a lottare. Cercare stimoli e vie d’uscita, senza mai perdere di vista l’unicità della nostra vita e della nostra persona, senza subordinare, in definitiva, la concezione che abbiamo di noi stessi e l’importanza della nostra integrità fisica e mentale a quella riuscita in campo lavorativo che per il momento ci viene negata.

Difficile, ma necessario: per conservarci ora, per prepararci ai tempi migliori che, è inevitabile, arriveranno.

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