
Quello che resta dell’incontro su Tunisia e donne organizzato durante il festival del giornalismo di Perugia è, prima di tutto, lo sguardo delle tre donne che vi hanno preso parte in qualità di relatrici. L’attenta analisi di Francesca Caferri, giornalista di Repubblica, la voce decisa di Lucia Goracci, inviata del tg3 in collegamento Skype dal Pakistan, la passione coinvolgente di Ouejdane Mejri, tunisina da tanti anni in Italia, presidente di Pontes, associazione dei tunisini nel nostro Paese. La loro esperienza professionale e umana si è trasformata in un racconto sulle difficoltà delle donne pronte a lottare per una piena emancipazione nella vita politica e civile: decise, consapevoli, armate di una profonda conoscenza della propria storia, del mondo, delle nuove tecnologie.
Mejri ha sottolineato la particolarità dell’esempio tunisino: “Le donne hanno sempre avuto diritti molto avanzati in Tunisia, per questo sono scese in piazza durante la rivoluzione e dopo non come donne, ma come cittadine.” Il suo è un giudizio positivo sulla transizione del Paese verso la democrazia: “Quando abbiamo fatto la rivoluzione abbiamo pensato ‘che vengano pure gli islamisti, non ci fanno paura’. L’obiettivo era liberarsi della dittatura”. E gli islamisti sono arrivati, fino a portare il partito Ennahdha a stravincere le elezioni per l’Assemblea costituente dell’ottobre 2011. Ma non deve stupire: il risultato può essere interpretato come una reazione della popolazione a un regime, quello di Ben Ali e degli ultimi anni di Bourguiba, che aveva fatto della laicità forzata la carta vincente per mostrare il proprio volto moderno al mondo occidentale. “La religione era stata completamente rimossa, era una delle parole tabù nel discorso pubblico – continua Mejri – insieme a sesso e politica”.
D’altronde, difendere i diritti delle donne non vuol dire per forza escludere la religione, l’Islam. Come ha spiegato Francesca Caferri, esiste tutto un filone di intellettuali e studiosi che rivendicano una sorta di “femminismo islamico” (anche se l’etichetta viene spesso rifiutata dai diretti interessati): “Non è il Corano a opprimere le donne – spiega Caferri – quanto piuttosto la lettura che ne viene fatta. Questi studiosi spingono per una lettura illuminata del libro sacro, che tenga conto del contesto storico in cui è stato scritto e che lo sottragga a strumentalizzazioni politiche”.
Un modo di combattere all’interno dei confini religiosi che si scontra con altre forme di lotta, come quella di Amina Tyler, la ragazza tunisina che – emulando il gruppo ucraino Femen – aveva postato on line una sua foto in topless. “Forte la reazione in Tunisia – ci dice Mejri – perché per la prima volta si è portata nella sfera pubblica la nudità, assente per cultura dalla discussione pubblica. Eppure, paradossalmente sono state le femministe laiche a prendere le distanze, a tacere di fronte alle accuse e alle minacce rivolte ad Amina dai più conservatori, proprio perché temevano che un gesto tanto clamoroso potesse essere controproducente per la propria causa”.
Lucia Goracci, in Pakistan per un documentario sul diritto delle bambine allo studio, rivolge uno sguardo positivo ai Paesi di Nord Africa e Medio Oriente. Citando lo scrittore egiziano Ala Al-Aswani, si chiede: “Quanto ci ha messo la Rivoluzione francese prima di portare alla costruzione di una Repubblica fondata sulla divisione di poteri? Non si capisce perché chiediamo alle classi politiche uscite dal ‘risveglio arabo’ di avere tutto subito. Le mentalità si cambiano con più tempo di quanto non si possano cambiare delle leggi; la battaglia per i diritti delle donne è una battaglia di tutti, perché se il regime avrà dei colpi di coda è proprio sui diritti delle donne che tenterà di intervenire. Sarà però sull’economia che si deciderà la tenuta o il fallimento dei regimi democratici usciti dalle rivoluzioni del 2011″.
Tra spunti di riflessione, domande e analisi, l’incontro ha offerto l’occasione per considerare la questione femminile da più punti di vista, superando la questione velo-non velo che molto spesso è un “non problema”, una semplificazione che fa perdere di vista le mille sfumature di un quadro molto più ricco, dinamico, in divenire.
