Con Francesco Formaggi, giovane scrittore cui è riuscito il salto dal self-publishing alla pubblicazione con una casa editrice, abbiamo parlato delle difficoltà che gli autori esordienti incontrano per affacciarsi sul mercato. Guardiamo ora agli editori: spesso mancano investimenti e sperimentazioni. A volte piccole case editrici chiedono agli autori pagamenti o acquisti di copie come “garanzia” in vista della pubblicazione; altre volte non si ha il coraggio di puntare su nomi nuovi.
Perché gli editori hanno così paura di scegliere e puntare su giovani autori?
In genere, gli editori che ti chiedono soldi non sono veri editori e non lo fanno come garanzia per la pubblicazione, ma per derubarti con false promesse. Nello stesso modo in cui abbiamo fatto una distinzione tra siti di self-publishing e case editrici, bisogna fare una distinzione tra editori ed editori. Gli editori veri, non solo quelli che hanno una storia decennale alle spalle e un catalogo importante ma anche i nuovi, (e ce ne sono tanti in Italia, validissimi) non hanno affatto paura di puntare sui giovani, è il loro lavoro, la loro attività. Su chi dovrebbero puntare?
La casa editrice con cui pubblicherò il mio primo romanzo, Neri Pozza, ha una storia decennale e ha pubblicato alcuni degli autori più importanti della letteratura italiana e internazionale. Eppure non ha esitato un attimo a pubblicare il primo romanzo di un giovane autore sconosciuto, come me, e il secondo romanzo di un autore eccezionale e già conosciuto ma ancora più giovane di me, che è Paolo Piccirillo (uscirà a giugno con La terra del sacerdote).
I cataloghi delle case editrici, anche quelle più grandi e famose, Mondadori, Rizzoli, oppure e/o, Guanda, Sellerio, sono piene di autori giovanissimi; così come giovani sono gli editor e le altre figure professionali. Il problema sono gli editori fasulli, che nella maggior parte dei casi sono “truffaldini”. Questi editori, anziché fare un lavoro editoriale, sfruttano la passione e spesso la vanità delle persone a scopo di lucro, promettendo falsità. Il rapporto tra una casa editrice vera e una fasulla è lo stesso che intercorre tra un medico professionista e uno di quei sedicenti maghi che si vedono nei canali tv locali.
Quali sono le maggiori difficoltà per un bravo scrittore che vuole inserirsi nel mercato editoriale?
La difficoltà maggiore è essere o diventare bravo, il che in letteratura significa: creare un’opera di valore, sia estetico sia commerciale. Puoi avere tutto il talento del mondo, ma se non si traduce in un’opera di valore allora non serve a niente. Questa possiamo chiamarla una difficoltà “interiore”, nel senso che ha a che fare con lo scrittore e il suo mondo e il suo mestiere; col modo in cui si rapporta con se stesso e con la propria arte.
L’altra grande difficoltà, che si potrebbe dire “esteriore”, perché ha a che fare con il rapporto tra sé e il mondo esterno, è quella di emergere, di sollevarsi al di sopra del mare di anonimato in cui tutti coloro che vogliono fare gli scrittori o i registi o i musicisti sono originariamente immersi, nella speranza che le persone che passano sulle loro barche, gli editor, gli agenti, le case editrici, possano notarti e decidere di portare a bordo te anziché un altro.
La difficoltà più grande è la prima, quella interiore. Risolverla equivale un po’ a costruirsi una zattera o a inventarsi un metodo di galleggiamento alternativo. Poi magari vedi che sei bravo e riesci a costruire una torretta in mezzo al mare, e poi la fai sempre più grande e solida, finché non acquisisce la parvenza di una palafitta, sulla quale magari puoi sdraiarti ogni tanto a prendere il sole. A quel punto, essere notati dalle barche è solo una questione di tempo, e di fortuna. Io ho avuto la fortuna di vincere il premio creatività al concorso Ilmioesordio e di essere notato da un agente letterario a cui è piaciuto il mio libro e che ha avuto il coraggio e la forza di portarmi a bordo con sé.
Il pubblico ha gli strumenti per “selezionare” autonomamente prodotti di qualità all’interno delle piattaforme di self-publishing?
Certo che ce li ha: il proprio gusto, la propria competenza di lettore; sono strumenti validissimi, ogni lettore ce li ha. Ma la selezione di un prodotto in base alla sua qualità o mancanza di qualità non dovrebbe essere di pertinenza del pubblico – del pubblico dei lettori, nel nostro caso. I lettori scelgono di comprare un libro anziché un altro in base al proprio gusto, ai propri interessi, alla propria cultura, ma non dovrebbero essere chiamati a selezionare i prodotti. Io, in quanto lettore, vorrei che il “controllo di qualità”, come nelle fabbriche, venisse fatto durante il processo di produzione, e da persone esperte, che magari lavorano in quel settore da anni e hanno maturato una precisa esperienza.
Bisogna comunque chiarirci sul concetto di qualità. Con i libri intervengono fattori imponderabili quali il gusto e la sensibilità personale. Eppure, si possono comunque rintracciare criteri chiari e condivisibili in base ai quali capire se un prodotto è buono o meno. L’impaginazione, ad esempio, è un fattore importantissimo. I libri ben impaginati e ben stampati, con un carattere tipografico chiaro, sono di più piacevole e facile lettura. Scegliere di far stampare i propri libri da una tipografia scadente, che magari costa la metà delle altre, significa abbassare la qualità del prodotto, e significa che tra le mani del lettore arriverà probabilmente un libro dove alcune pagine saranno sgranate, o sbiadite, se non addirittura illeggibili. Oppure fanno i caratteri così piccoli, per risparmiare sul numero di pagine, che sarebbe il caso allegassero al testo un paio di occhiali.
E poi c’è la qualità della carta: basta prendere in mano un libro Adelphi, Sellerio, Neri Pozza o Einaudi, e sfogliarlo, sentire la consistenza delle pagine e della copertina. L’impressione che ne trai è di avere in mano un oggetto fatto con cura, un oggetto di qualità che ti trasmette sensazioni di bellezza già solo a toccarlo, e ad annusarlo, e a sentire il rumore che fanno le pagine se le scorri col dito. Poi prendi in mano un libro a basso costo, ad esempio i volumi della Newton a 9,90 euro. La differenza è palpabile, evidente, e non serve essere un esperto di stampa per capirlo.
Per il testo vale la stessa cosa. Il lavoro di editing, ad esempio, (insieme a quello di redazione) ancora oggi è insostituibile ed è ciò che fa la differenza nell’editoria di qualità. Esistono anche libri che escono già perfetti dalle mani dell’autore e non hanno bisogno di interventi. Ma sono casi rari. Avere un buon editor che ti segue attentamente e fa un buon lavoro sul tuo testo è essenziale. Per intenderci, è come se la tua zuppa fatta in casa venisse presa e trasformata e migliorata in modo tale che alla fine possa figurare come il piatto principale di un ristorante stellato. La zuppa è sempre la stessa, l’hai inventata tu, ma la differenza tra prima e dopo è notevole. Ecco, eliminare un lavoro del genere, perché costa, perché c’è crisi, significa mettere davanti alle bocche dei lettori che pagano per sedersi al tuo ristorante, delle portate che andrebbero bene solo per una cena tra amici. Altrimenti c’è il fast food. Ma se poi ingrassi o ti senti male o perdi il gusto per le cose buone della vita e diventi noioso o intrattabile, non dare la colpa agli altri.

