“Maternità”, tre monete per l’eterno dilemma

«La questione di un figlio è un baco nel cervello: un baco che striscia ovunque, passando sopra ogni ricordo e ogni idea del mio futuro. Come toglierlo da lì, questo baco? Sta rosicchiando tutto ciò che c’è mai stato o ci sarà. Non risparmia nulla».

Quando si parla di ambivalenza nei confronti della maternità, la sfera individuale e quella politica si sovrappongono. Quella di avere o non avere figli non è solo una scelta personale, soprattutto da quando, di recente, è diventata parte del dibattito sul cambiamento climatico: se prima non fare figli era sintomo di superficialità ed egoismo, ora si è più egoisti e superficiali se si decide di diventare genitori, dato che il pianeta è sovrappopolato e al collasso. Maternità è una delle rappresentazioni letterarie più riuscite di questo dilemma, e torna ora in primo piano, tanto da ispirare, a più di due anni dalla pubblicazione, un’interessante e popolare serie di articoli sul tema intitolata Childfree e pubblicata sull’edizione americana del Guardian.

Eppure il libro di Sheila Heti non menziona l’emergenza ecologica, non è apertamente politico e non ha un tono polemico. All’inizio del romanzo la protagonista e voce narrante ha 37 anni e si è imposta di decidere se avere un figlio oppure no, prima che il tempo decida per lei. Vive a Toronto, è una scrittrice di successo ed è in una relazione stabile con Miles, il quale ha già una figlia avuta in giovane età che vive con la madre in un altro paese. Miles non ha alcun desiderio di diventare padre per la seconda volta, al contrario: per lui fare figli è un compito ingrato e anche un rischio, perché “non si sa mai quello che ti può capitare”. Dice però che se lei è proprio sicura di volerlo, un figlio, allora si può anche fare: la decisione spetta solo a lei.

La protagonista è circondata da amiche e conoscenti che sono o stanno per diventare madri e che non le sono di aiuto perché per forza di cose hanno dovuto abbandonare la fase di “dubbio” per passare a quella di “realtà”. Ha anche un rapporto piuttosto complesso con la sua, di madre, che ha sempre messo al primo posto il suo lavoro di medico e dalla quale non si è mai sentita sostenuta e, in fondo, apprezzata. Per risolvere il suo dilemma si rivolge al lancio delle tre monete dell’I Ching, alle quali pone domande (consapevole della natura del tutto casuale delle risposte) che sono poi i punti fondamentali della sua riflessione: la maternità è un’esperienza fondamentale per la definizione di sé? Può essere sostituita dal creare arte? Può la non maternità avere un valore proprio piuttosto che essere solo l’assenza di un valore? O si può, raggiunta una certa fase della vita, smettere di cercare un valore e accettarsi per quello che si è?

Il romanzo è quasi un diario delle riflessioni filosofiche della voce narrante, che da lettori accompagniamo in un percorso di crescita e scoperta di sé, oltre che nel tentativo di analisi e soluzione di un dilemma. Attraverso la protagonista, Heti espone le pressioni a cui ogni donna che ha un rapporto ambivalente con la maternità è sottoposta: una interiore, di auto affermazione e definizione (“Voglio forse dei figli perché desidero essere ammirata come il tipo di donna ammirevole che ha dei figli? Perché voglio essere vista come una donna normale, o perché voglio essere il miglior tipo di donna possibile, una donna non solo con un lavoro, ma con il desiderio e la capacità di allevare dei figli, un corpo in grado di fare bambini, e con cui un’altra persona vuole fare bambini? Voglio un figlio per dimostrare a me stessa di essere il tipo (normale) di donna che vuole un figlio e alla fine lo fa?”) e una sociale, determinata dal giudizio di chi, con i figli, è convinto di avere dato un valore assoluto alla propria esistenza (“Le persone che non hanno figli si potrebbe pensare che non facciano progressi, non cambino e non crescano, non abbiano storie che si accumulano su altre storie, o vite di sempre maggiore profondità, amore e dolore. Forse sembrano bloccate nello stesso posto: un posto che i genitori, invece, si sono lasciati alla spalle”) o addirittura storica (“So che dalle donne ebree ci si aspetta che ripopolino la stirpe dopo i lutti dell’Olocausto. Se non fate figli, avranno vinto i nazisti. Io mi sono sentita addosso questa pressione”).

La circolarità delle riflessioni, il fatto che tornino periodicamente al punto di partenza per ricominciare da capo su un piano diverso, sono testimonianza del fatto che l’unica soluzione al dilemma maternità è accettarne l’insolvibilità: non potendo provare entrambe le alternative prima di scegliere, si può solo seguire l’istinto, ignorare il più possibile le pressioni esterne e capire che il futuro riserva gioie e rimpianti, qualunque sia la scelta fatta.

Se voglio figli o meno è un segreto che nascondo a me stessa: è il più grande segreto che nascondo a me stessa. La cosa da fare quando si è indecisi è aspettare. Ma per quanto tempo? La prossima settimana compio trentasette anni. Per certe decisioni il tempo stringe. Come facciamo a sapere come andrà a finire per noi, trentasettenni indecise? Da un lato, la gioia dell’avere figli. Dall’altro, le tribolazioni dell’averne. Da un lato, la libertà di non averne. Dall’altro, il rimpianto di non averne mai avuti: ma in fondo cos’è che ci si perde?

Libro: Maternità
Autrice: Sheila Heti, 2018
Titolo originale: Motherhood
Traduttrice: Martina Testa
Edizione: Sellerio, 2019
Foto: Maria Lomunno Judd

Briefly in English: “Motherhood” by Sheila Heti is one of the most accomplished recent literary works on maternal ambivalence. In a philosophical debate with herself, the narrative voice asks the “eternal” questions: does a woman need to procreate for her life to have meaning? Could she produce art, or knowledge, or anything else rather than another human being, and still be complete? And how much of women’s inability to decide comes from old social expectations embedded in their DNA?

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