
Il discorso pubblico delle donne: un tabù sin dalle origini della tradizione letteraria dell’Occidente. Proprio da quella tradizione parte Mary Beard, accademica del Newham College di Cambridge, per raccontare quanto profondi siano i condizionamenti che pesano sull’immagine pubblica femminile. Il suo “Donne e potere” si basa su due conferenze tenute nel 2014 e nel 2017 e si apre con il primo esempio di un uomo che mette a tacere una donna: Telemaco che si rivolge alla madre, Penelope, invitandola a uscire di scena. “La parola spetterà qui agli uomini – le dice il figlio – a tutti e a me soprattutto, che ho il potere qui in casa”.
Il gesto di Telemaco è solo il primo atto di una esclusione elevata a paradigma: nell’Odissea come in larga parte delle testimonianze (maschili) che ci arrivano dall’antichità, le donne non possono e non sanno parlare in pubblico, la loro parola è ridotta a chiacchiera privata senza importanza. Solo due le eccezioni previste: possono parlare in quanto vittime o per difendere la propria famiglia o gli interessi di altre donne, non a nome degli uomini o dell’intera collettività.
Il retaggio per cui il discorso pubblico è un attributo maschile, secondo Beard, pesa anche oggi: il mondo classico ha fornito un modello di retorica che ha condizionato la nostra cultura per secoli. A lungo le donne hanno dovuto assumere atteggiamenti maschili per essere riconosciute e ascoltate. E ancora nella modernità, rileva Beard, il discorso femminile si muove spesso negli ambiti tradizionali già citati: per riscattare una condizione di vittima o a difesa di interessi settoriali, come “portavoce” di altre donne.
I giudizi duri e sprezzanti del passato fanno sentire i propri echi anche oggi nei commenti (e spesso negli insulti) volti a minare l’autorevolezza della voce femminile. “Esiste ancora – scrive Beard – una terribile resistenza allo sconfinamento femminile nei territori discorsivi tradizionalmente ritenuti maschili”. Dagli attacchi su internet alla mancanza di attenzione in un’assemblea, il problema “non è quello che la donna dice, ma semplicemente il fatto che lo dica”. Beard ci invita quindi a ridefinire gli elementi su cui fondiamo l’autorevolezza del discorso e il concetto di potere, quel potere che ha sempre escluso le donne, considerate portatrici di caos e fonte di pericolo per la stabilità dell’ordine costituito (le figure del mito non mancano: da Clitennestra a Medea, da Medusa alle amazzoni).
Alcuni strumenti, secondo l’autrice, ci sono: uno di questi è la capacità di volgere a proprio favore i simboli che tradizionalmente depotenziano le donne, rifiutando di farsi imprigionare in un modello maschile. A questo proposito Beard cita la borsetta di Margaret Thatcher, accessorio femminile diventato verbo del potere politico: usato proprio per descrivere il modus operandi di Thatcher, “to handbag” significa discutere vigorosamente con le persone fino a convincerle a fare quello che si chiede. È evidente come questo però non basti; serve uno scatto radicale: il punto non è tanto emergere nel sistema dato, quanto smontare quel sistema e immaginare nuovi modelli di società. L’idea è quella di svincolare il potere dal prestigio pubblico o dalla leadership: smettere di considerarlo una prerogativa di pochi per immaginarlo come forza collettiva. Per dirlo con Beard, “significa concepire il potere come un attributo, o addirittura un verbo, non come un possesso. Quello cui penso è la capacità di noi donne di essere efficienti, di incidere sul mondo e di avere diritto a essere prese sul serio, collettivamente e non soltanto individualmente”.
Se la percezione è che le donne non appartengono a pieno diritto alle strutture del potere, non è forse il caso di ridefinire il potere, e non le donne?
Libro: Donne e potere
Autrice: Mary Beard, 2017
Titolo originale: Women and Power
Traduttrice: Carla Lazzari
Edizione: Mondadori, 2018
Foto: Gianvito Rutigliano
Briefly in English: Women have always been excluded from power and public recognition. The British academic Mary Beard shows us how the ancient world created a paradigm that still affects our society. In the classical tradition women couldn’t speak to a public audience nor be in power: women who tried to reaffirm their own existence and value faced public disapproval and ostracism. Even today the female voice has to struggle in order to be properly heard. Beard revisits the story of female exclusion and sabotage through several examples: from the mythical figures of Medea and Clytemnestra to contemporary politics such as Hilary Clinton and Theresa May. In the end she suggests a radical change in the way we consider power: we can build a more inclusive society by separating the idea of power from leadership or charisma. In her redefinition of its concept, power should become a collaborative force that enables women to be effective and to be taken seriously not only individually but also (and more importantly) collectively.
