
In un’intervista rilasciata a gennaio, quando il 2020 non si era ancora rivelato come l’anno della pandemia e parole come “lockdown” e “autoisolamento” non erano ancora di uso quotidiano, Ottessa Moshfegh scherzava sul fatto che il suo penultimo romanzo, Il mio anno di riposo e oblio, sembra aver goduto di un picco di vendite nei primi giorni dell’anno: “Sarà perché i lettori sperano che il 2020 sia il loro anno di riposo e relax?” (il titolo originale del libro è infatti My Year of Rest and Relaxation, più ironico e meno rivelatore rispetto alla traduzione italiana). Di certo la scrittrice americana non prevedeva che la protagonista del suo romanzo, nella sua decisione di isolarsi e “ibernarsi” per un anno in un sonno chimicamente indotto, avrebbe presto rievocato sensazioni familiari.
Nell’ultimo romanzo di Moshfegh, La morte in mano, il tema dell’isolamento è di nuovo prevalente. L’autrice sembra però approcciarlo da una prospettiva diametralmente opposta rispetto a Il mio anno di riposo e oblio, la cui protagonista senza nome è una giovane ereditiera bellissima e tormentata che vede nel sonno prolungato un mezzo di rigenerazione e guarigione: in La morte in mano la protagonista è la settantaduenne Vesta Gul, che dopo la morte del marito Walter si trasferisce in una casa isolata in mezzo al bosco con un cane, Charlie, come unica compagnia. Unico oggetto di valore è l’urna con le ceneri di Walter, che prima o poi Vesta dovrà decidersi a disperdere nel lago. Non possiede un telefono perché è sola al mondo, non ha nessuno da chiamare e nessuno la chiamerebbe. Una volta a settimana visita il piccolo e insignificante villaggio vicino per fare la spesa; il resto del tempo lo dedica alla cura del giardino, alla lettura e soprattutto alle sue passeggiate nel bosco con l’amato Charlie.
Durante una di queste passeggiate, Vesta si imbatte in uno strano biglietto, scritto a mano e fissato a terra da una cornice di sassi: “Si chiamava Magda. Nessuno saprà mai chi è stato. Non l’ho uccisa io. Qui giace il suo cadavere”. Ma non c’è nessun cadavere, nessuna traccia sospetta. Vesta pensa per un attimo che possa trattarsi di uno scherzo, ma è curiosa e vuole indagare. Ha però anche letto parecchi gialli e ne conosce bene la struttura: l’indagine diventa pretesto per lavorare di immaginazione sul personaggio e sulla storia di Magda. Vesta inizia a identificare potenziali sospetti tra gli abitanti del villaggio, mentre il bosco immerso nell’oscurità aggiunge alla storia elementi soprannaturali. Vesta trova (o crede di trovare) alcuni riscontri della sua indagine nel mondo reale, ma questo non fa altro che alimentare la sua immaginazione e confondere il suo giudizio, conferendo alla storia toni sempre più scuri.
Nel corso dell’indagine, Vesta si trasforma gradualmente in una narratrice inaffidabile. Non solo la sua concezione del presente perde credibilità, ma anche i suoi ricordi iniziano a restituirci un’immagine del suo passato confusa, diversa e sempre più cupa: il marito Walter, brillante scienziato tedesco con cui Vesta dice all’inizio di aver avuto un’unione completa e felice, diventa una figura sempre più ingombrante e limitante, forse anche violenta. Il racconto di Vesta fa vago riferimento a una probabile infedeltà e alla scelta non del tutto consensuale di non avere figli. Le ceneri non sono più un ricordo prezioso a cui Vesta non può rinunciare, ma un veleno di cui non vuole disfarsi per non inquinare il lago.
Nascosto nelle atmosfere e nel ritmo del giallo, La morte in mano è in realtà un romanzo psicologico che parla delle conseguenze della solitudine, voluta o forzata, ma anche della volontà di affermare la propria “versione della storia”, anche quando si tratta di una verità difficile perché ci costringe a rivalutare radicalmente il nostro passato – nel caso di Vesta un’intera vita. Come tutti i personaggi di Ottessa Moshfegh, Vesta non suscita e non chiede simpatia; è una mente esplosiva in un corpo minuto ed è testimonianza del fatto che la vita può essere imprevedibile e tremenda e sono solo due le vie di scampo: scelte radicali e uno straordinario senso dell’umorismo.
Magda sembrava reale, era diventata importante per me, andavamo d’accordo. A volte persino mi mancava. Mi sarebbe piaciuto averla incontrata nella vita reale, anche solo per stringerle la mano. Avrei voluto che mi vedesse, per apprezzare quel che stavo facendo per lei, che la riportavo in vita a quel modo, indagavo sul suo omicidio, le davo una voce, Mi chiamavo Magda, e così via. Non la amavo come Charlie, o come avevo amato Walter, ma come mi ero affezionata ai piccoli semi che stavano per germogliare in giardino. Nel modo in cui amavo la vita, il miracolo della crescita e della fioritura. L’amavo come amavo il futuro.
Libro: La morte in mano
Autrice: Ottessa Moshfegh, 2020
Titolo originale: Death in Her Hands
Traduttrice: Gioia Guerzoni
Edizione: Feltrinelli, 2020
Foto: Gianvito Rutigliano
Briefly in English: The protagonist of Ottessa Moshfegh’s latest novel “Death in Her Hands” is Vesta Gul, a seventy-two-year-old widow who has sold her family home to move to a little, isolated cabin with her beloved dog Charlie. While on one of her daily walks in the woods with Charlie, Vesta discovers a mysterious, handwritten note pinned to the ground by a frame of little rocks: “Her name was Magda. Nobody will ever know who killed her. It wasn’t me. Here is her dead body”. Except the body isn’t there, nor is any evidence of any crime. Vesta immediately thinks of a prank. But then she can’t resist the curiosity and her imagination starts running wild: she invents Magda’s character and backstory; she imagines the circumstances of her murder and starts identifying possible suspects in the people of the nearby village. Reality blends with imagination and Vesta becomes an unreliable narrator. In her stream of consciousness, some details of her past emerge that contradict what we thought we knew about her; the tension grows and leads to a disconcerting end. With suspense and black humor, this haunting novel is a meditation on loneliness and the life-changing effect of asserting one own’s truth.
