
È ufficialmente partito lo Strega Tour 2021, che – dopo la serata di proclamazione della cinquina finalista, a precedere quella di premiazione che avrà luogo l’8 luglio prossimo al Ninfeo di Villa Giulia a Roma – toccherà nelle prossime settimane diverse città italiane.
A ospitare la prima tappa del Tour le Vecchie Segherie Mastrototaro, storico e importante luogo di cultura per la città di Bisceglie, che con la serata dell’11 giugno ha idealmente dato il via alla ripartenza anche per le attività legate al mondo della cultura dopo il lungo periodo di interruzione forzata dovuta alla pandemia di COVID-19. E lo ha fatto – naturalmente nel rispetto delle normative vigenti appunto in materia di COVID – nello scenario suggestivo e ideale per raccogliere il numerosissimo pubblico intervenuto della Scalinata di Via Porto alle spalle della libreria, nei pressi del Castello Svevo Angioino di Bisceglie e del mare azzurrissimo in cui il profilo della città degradava nel sole al tramonto, di una fresca e ventosa serata di fine primavera.
È stata la giornalista Alessandra Tedesco a condurre l’incontro solo con quattro dei cinque finalisti dello Strega, a causa dell’assenza Edith Bruck, il cui libro è stato commentato – in qualità di lettore, non da facente le veci dell’autrice, come egli stesso ha tenuto a sottolineare – da Stefano Petrocchi, direttore della Fondazione Maria e Goffredo Bellonci, organizzatrice del Premio. A inframmezzare il dialogo fra Tedesco e gli scrittori, la lettura di alcuni passi scelti dai romanzi in gara da parte dell’attrice teatrale Nunzia Antonino.
Sovvertendo la convenzione che vuole una presentazione degli autori e dei loro libri in rigoroso ordine alfabetico, Alessandra Tedesco ha scelto di partire con Emanuele Trevi e il suo Due vite, per raccontare di una cinquina di romanzi apparentemente diversi ma che in realtà dialogano fra loro. Ci sono infatti temi che ricorrono, come nel libro di Trevi che sviluppa una serie di riflessioni esistenziali sul tema portante dell’amicizia, affrontato anche da Giulia Caminito in L’acqua del lago non è mai dolce, con sfumature più aspre e violente anche nel raccontare di una madre dal carattere non facile; in Borgo Sud Donatella Di Pietrantonio scrive anch’ella di famiglia, del rapporto con la madre e delle conseguenze di un disamore; Il pane perduto di Edith Bruck è il racconto autobiografico della vita nei campi di concentramento tedeschi e del rifiuto sociale e familiare dei sopravvissuti all’Olocausto; infine, Il libro delle case di Andrea Bajani parla dei luoghi in cui viviamo e di come questi possano influire sulla nostra esistenza e viceversa.
Come abbiamo spiegato nel nostro commento al libro, Due vite ha come protagonisti due scrittori, Rocco Carbone e Pia Pera, scomparsi negli scorsi anni, legati da un rapporto di profonda amicizia; e il romanzo di Trevi coglie a pretesto il racconto delle loro vite per scandagliare il tema dei legami amicali che è ricorrente nei suoi libri.
Durante l’incontro con il pubblico alle Vecchie Segherie, Trevi ha raccontato che l’ispirazione per Due vite è arrivata con il ritrovamento di alcune vecchie foto che lo ritraevano con i due amici, il ricordo della felicità di quegli istanti e il domandarsi da cosa quella felicità scaturisse.
L’amicizia è quindi per l’autore un punto di vista narrativo nuovo, dopo libri in cui ha raccontato di figure più adulte descritte dalla posizione di “apprendista”. Ma è allo stesso tempo il sentimento attorno a cui si diventa adulti, secondo Trevi, da cui si apprende l’importanza della capacità di creare e mantenere i legami affettivi e su cui si fa affidamento in misura ancora maggiore rispetto alle figure di maestri e mentori. Emanuele Trevi ha infatti descritto nel suo romanzo il rapporto paritetico, di complicità, affettività e ironia tra lui, Pia e Rocco, in un momento della vita in cui alla vocazione artistica non corrispondeva alcuna soddisfazione pratica e in quell’arrancare insieme nella vita ancora allo stato seminale il rapporto si è cementato, è cresciuto di pari passo alla crescita personale ed è diventato indissolubile.
Un altro aspetto dell’amicizia, utilitaristico e carico di tensione, è quello descritto in L’acqua del lago non è mai dolce di Giulia Caminito, la cui protagonista – ha spiegato al pubblico l’autrice – compie un percorso di formazione distruttivo e auto distruttivo sul piano della conoscenza del Sé, parallelo e in controtendenza a quello di formazione scolastica e accademica volto ad affrancarla da una condizione di grettezza familiare che accomuna la Gaia del libro alle protagoniste di romanzi come L’Arminuta di Donatella Di Pietrantonio o al ciclo dell’Amica geniale di Elena Ferrante. Tuttavia, Gaia finisce per rimanere schiacciata dalla figura ingombrante della madre, con la quale il confronto, per lei e i suoi fratelli, è costante e impossibile ed è allo stesso tempo rifuggito. In un passaggio del libro, letto da Nunzia Antonino, Gaia ammette di giudicare e non perdonare la madre per le sue battaglie a beneficio di una famiglia che vive ai margini di quella società borghese della quale la protagonista, invece, vorrebbe far parte e che è incarnata dalle figure delle amiche alle quali invidia il possedere cose che a lei non sono concesse.
La frustrazione e la rabbia di Gaia, così come anche il desiderio di affrancarsi da una madre sì esemplare, ma nella quale la ragazzina non si identifica, sfociano in una violenza anche fisica che ha molto in comune, come ha sottolineato Alessandra Tedesco, con l’essere viscerale di Adriana, una delle due sorelle protagoniste di Borgo Sud, il libro di Di Pietrantonio che è il seguito del già celebratissimo L’Arminuta. Due sorelle tra loro complementari, le cui vite vanno in direzioni opposte e l’una delle quali, L’Arminuta – come ha evidenziato l’autrice ricordando alcuni passaggi del romanzo – percorre proprio come la Gaia di Caminito una strada di formazione scelta per allontanarsi da un’infanzia segnata dagli abbandoni ai quali sente di essere eternamente destinata e dei quali si sente responsabile, soffrendone brutalmente.
Altro punto di contatto fra i due libri è sicuramente la figura di una madre dal carattere insondabile, non assente me che dà affetto a intermittenza, il cui “disamore” forgia inevitabilmente la capacità delle protagoniste di amare, amarsi fra loro e accettare l’amore dagli altri completamente, perché alla costante ricerca della chiave che le renda degne delle attenzioni incostanti e impossibili da ottenere di una madre che, come ha detto Donatella Di Pietrantonio, è del tipo peggiore.
E torna anche in questo romanzo – sicuramente il titolo con più punti di contatto con quello di Gulia Caminito – il tema della violenza fisica, che sfocia nell’aggressione di Adriana nei confronti della madre, la quale risponde maledicendo la figlia. Un momento forte del libro che Di Pietrantonio ha spiegato al pubblico essere scaturito da un episodio traumatico al quale ha assistito da bambina e che è riemerso alla sua mente proprio durante la stesura di Borgo Sud.
Se le protagoniste di questi due ultimi libri fuggono dalle proprie case, Andrea Bajani ha invece scritto Il libro delle case, in cui il punto di vista del protagonista, Io, è appunto quello delle case che ha abitato sino al momento in cui incrociamo la sua vita. Un libro che procede per quadri e nel quale – secondo Alessandra Tedesco – si ha la sensazione di osservare le vite altrui come con uno sguardo che penetri attraverso una finestra aperta e le colga in un momento ben preciso del loro svolgimento.
Bajani, non senza ironia, ha raccontato al pubblico del suo interesse per le vite altrui e del suo piacere nell’osservare scene di quotidianità e dialogo che si svolgono davanti ai suoi occhi, magari mentre cena in un ristorante, che non hanno alcuna tangenza con la sua vita, ma che lo fanno pensare alla molteplicità di opzioni di esistenza differenti che si dipanano parallelamente a quella di ciascuno di noi. Seguendo questo ragionamento, lo scrittore ha immaginato di raccontare la vita di uno sconosciuto osservata attraverso le case che ha abitato, come pennellate di vita che vogliono ricordare, ha ammesso Bajani, l’enigmatica e profonda capacità evocativa dei dipinti di Edward Hopper.
A chiudere l’ideale passeggiata fra i cinque libri finalisti del Premio Strega 2021, le osservazioni di Stefano Petrocchi a supplire l’assenza di Edith Bruck sull’unico romanzo in concorso a toccare il tema della Storia, una “cavalcata furiosa nel Novecento” – per dirla con Petrocchi – attraverso lo sguardo di una bambina e poi donna matura testimone del Novecento. Un meccanismo narrativo, quello de Il pane perduto, che non può essere disgiunto dalla figura dell’autrice e che giustifica la felice scelta dell’editore di utilizzare una fotografia della stessa Bruck per la copertina del libro.
Dopo la serata dell’11 giugno a Bisceglie, lo Strega Tour 2021 prosegue a San Benedetto del Tronto, Parma e Bologna, dal 12 al 14 giugno, a Paestum e Salerno il 18 e 19 giugno, a Biella, Cervo, Verbania e Rivalta di Torino dal 25 al 28 giugno, a Macerata il 3 luglio e si concluderà con la proclamazione del vincitore a Roma il prossimo 8 luglio.
