
Famiglie apparentemente solide che rivelano crepe profonde, certezze borghesi che si sgretolano sotto il peso della propria inconsistenza. La realtà si sfalda in Tre piani, di Eshkol Nevo: va progressivamente in pezzi mentre il racconto incalza. La parola è la vera protagonista: da un lato la necessità di spiegare, di dare la propria versione, dall’altro l’impossibilità di ogni chiarimento, di una comunicazione autentica. La parola certifica il bisogno dell’altro e l’impossibilità di raggiungerlo; la parola divide, ferisce, allontana.
I personaggi di Nevo si muovono nella stessa palazzina e hanno la stessa necessità: rivolgersi a un interlocutore, raccontare il proprio peccato, la propria mancanza, le proprie paure. Non cercano un’assoluzione, ma una lente per vedere la propria vita, per arrivare a capirla. Una storia per ogni piano, seguendo la tripartizione freudiana dell’anima: le pulsioni temute e agite di Arnon al primo, la difficoltà di conciliare desideri e realtà di Hani al secondo, la gabbia di un’intera esistenza vissuta secondo le regole al terzo, dove abita Dvora.
In ogni storia emerge, lacerante, il rapporto genitori-figli: relazione che rimette in discussione le identità, che disgrega le coppie, che incrina l’equilibrio originario. Padri e madri sono ugualmente mancanti, ugualmente travolti da questo rapporto intenso e sfiancante. Le donne del romanzo però, a differenza dei compagni, sembrano avere la forza di guardarsi dentro, di affrontare i propri fantasmi per ritrovarsi.
I due capitoli lasciati aperti trovano in questo senso compimento nell’ultimo, affidato alla voce di Dvora: una vita accanto al marito, un sodalizio perfetto incrinato dalla relazione tumultuosa con il figlio Adar. Solo il distacco dal compagno morto un anno prima le permetterà di rimettere in discussione tutto, di rileggere eventi del passato, di scoprire il recinto opprimente in cui si era sempre (in)consapevolmente mossa. “D’ora in poi è la mia strada” dirà alla fine: il momento della catarsi, del riconoscimento di sé, della rinascita.
Nota a margine: sarebbe bello, nelle prossime edizioni, leggere “l’avvocata” Ayelet.
I tre piani dell’anima non esistono dentro di noi. Niente affatto! Esistono nello spazio tra noi e l’altro, nella distanza tra la nostra bocca e l’orecchio di chi ascolta la nostra storia. E se non c’è nessuno ad ascoltare, allora non c’è nemmeno la storia. Se non c’è uno così, a cui svelare segreti, con cui sciorinare ricordi e consolarsi, allora si parla con la segreteria telefonica, Michael. L’importante è parlare con qualcuno. Altrimenti, tutti soli, non sappiamo nemmeno a che piano ci troviamo, siamo condannati a brancolare disperati nel buio, nell’atrio, in cerca del pulsante della luce.
Libro: Tre piani
Autore: Eshkol Nevo, 2015
Titolo originale: Shalosh Komot
Traduttrici: Ofra Bannet e Raffaella Scardi
Edizione: Neri Pozza Editore, 2017
Foto: Gianvito Rutigliano
Briefly in English: In “Three Floors Up” Eshkol Nevo explores the hidden dramas of three perfectly respectable families living in a middle class apartment building near Tel Aviv. The three floors are a metaphor for Freud’s theory of the soul’s tripartition in Id, ego and super-ego. Arnon, Hani and Dvora, the main characters, talk to an absent interlocutor trying to face their intimate fears and feeling of loss. Their self-analysis calls into question their old life and discloses the pain that had always been hidden behind a calm and reassuring routine. Some of them will eventually make their way out of deadlock, finding a new self-awareness.
