
Breve lista dei libri che abbiamo amato di più.
Sembrava Bellezza, di Teresa Ciabatti. La scrittura di Ciabatti non lascia scampo: travolge lettrici e lettori scaraventandoli nelle ossessioni della protagonista. Le angosce dell’adolescenza tornano nell’età adulta come senso di colpa latente, come voglia di rivalsa. Quella è una stagione eterna dalla quale non si fugge, sembra dirci la scrittrice, clamorosamente esclusa dalla cinquina del premio Strega.
Borgo Sud, di Donatella Di Pietrantonio. Un romanzo autonomo in cui ritroviamo la voce narrante de L’Arminuta e il racconto del legame tra sorelle. Fa da sfondo il borgo che, ineluttabilmente, richiama a sé la protagonista dopo la sua fuga di molti anni prima. Ritroviamo Adriana, che getta scompiglio nella vita dell’Arminuta e ne rompe i fragili equilibri. Lo stile è quello consueto di Di Pietrantonio: essenziale, intenso, creatore di ritratti umani vividi e spigolosi.
Perché il femminismo serve anche agli uomini, di Lorenzo Gasparrini. Il titolo di questo breve saggio non presenta forma interrogativa: è una certezza che serva indagare le ragioni per cui la narrazione mainstream del femminismo come lotta tra i sessi per un’ideale supremazia sociale sia un’immagine fuorviante e controproducente. Gasparrini fornisce, con un linguaggio semplice e chiaro, alcune indicazioni per incamminarsi sulla strada di un femminismo condiviso e non più guardato con sospetto e pregiudizio.
La figlia ideale, di Almudena Grandes. Un manicomio femminile nella Spagna degli anni Cinquanta. Tre voci narranti si alternano per raccontare il dolore e il senso di impotenza durante la dittatura di Franco ma anche la resistenza di chi resta fedele, nonostante tutto, alla propria passione civile. I continui sbalzi temporali rendono a volte meno fluida la lettura, ma alcuni passi di questo romanzo restano nel cuore per la loro profonda, bruciante umanità.
La figlia unica, di Guadalupe Nettel. Tramite parallelismi col mondo animale, la scrittrice messicana propone una visione ancestrale della maternità, in cui la crescita dei figli non è più responsabilità di un rigido, ristretto nucleo familiare, ma di una società dai ruoli fluidi e in cui interessi individuali e collettivi coincidono. Un romanzo indimenticabile, denso sia dal punto di vista intellettuale che emotivo.

Atti di sottomissione, di Megan Nolan. Un romanzo-memoir sul desiderio femminile, sulla dipendenza da una relazione ossessiva e sulla scoperta di sé. Quello della protagonista è un percorso doloroso verso la consapevolezza, verso la rivendicazione della propria identità. A rendere autentico il racconto è la sincerità quasi brutale della narratrice, che rifugge vittimismi e ipocrisie.
Il mare non bagna Napoli, di Anna Maria Ortese. Ormai un classico della letteratura contemporanea italiana, questa raccolta di racconti assume i toni cupi e realistici del divorzio tra la sua autrice e la città di Napoli, che non rivedrà dopo il 1953. È un viaggio nell’intollerabilità e nell’accettazione, il ritratto di una città moralmente morente, nel quale si scorge tuttavia il desiderio di ritrovare la bellezza anche nella malinconia delle vite dei vinti, degli ultimi, dei senza voce.
Swing low, di Miriam Toews. Un uomo anziano e stanco, che per tutta la vita ha fatto i conti con il disturbo bipolare, si ritrova in ospedale senza capire perché. Annota pensieri su bigliettini volanti per ricordare, per rimettere in ordine gli eventi, per trovare il senso di un’intera esistenza. Swing low, tributo della scrittrice al padre che non c’è più, è un libro che conquista lentamente, un’opera che procede a piccoli passi con il suo carico di dolore e bellezza.
Due vite, di Emanuele Trevi. È la storia dell’amicizia di Trevi con Rocco Carbone e Pia Pera, scrittori scomparsi troppo presto. Scevro di sentimentalismi o eccessivo intimismo, il libro conferisce a Carbone e Pera l’intensità e l’universalità dei grandi personaggi letterari, a conferma della convinzione di Trevi che scrivere sia il modo migliore per ricordare qualcuno.
L’anno che a Roma fu due volte Natale, di Roberto Venturini. La voce fuori dal coro nella rosa dei candidati al Premio Strega di quest’anno: in una dozzina pregna di drammi borghesi e lirismo ostentato, Venturini sceglie di raccontare gli ultimi attraverso una trama grottesca, riferimenti alla cultura popolare e una struttura apertamente cinematografica. Un romanzo che tratta di legami familiari, di rapporti cementati dalla tragedia, dell’amore per cui si è disposti a tutto.
