In apertura, precisiamo (e rassicuriamo): la censura imposta alla proiezione di Girlfriend in a Coma prevista per il 13 Febbraio al MAXXI di Roma è stata opportunamente aggirata da L’Espresso, che renderà disponibile sul suo sito web il file scaricabile del documentario proprio mercoledì, e che ne ha organizzato, nella stessa giornata, la prima proiezione italiana (Teatro Eliseo di Roma, ore 21). Del resto, come è noto, la censura ai tempi di internet è un’arma a doppio taglio, e ciò che il canale ufficiale vieta, il canale alternativo ripropone e amplifica: il veto imposto da Giovanna Melandri non ha fatto altro che galvanizzare il tam tam mediatico attorno al film, basti pensare che la petizione promossa da Articolo21 su Change.org ha, mentre scriviamo, superato le 31mila firme, mentre cresce rapidamente l’attenzione per Girlfriend in a Coma sui social media.
Abbiamo assistito alla proiezione di Girlfriend in a Coma organizzata dal Goldsmiths College di Londra lo scorso 7 febbraio, alla presenza degli autori Bill Emmott (il giornalista britannico che nel 2001 aveva tentato di spiegarci, dalle colonne dell’Economist che allora dirigeva, “Why Silvio Berlusconi is unfit to lead Italy”) e Annalisa Piras (corrispondente da Londra per L’Espresso). Abbiamo assistito all’analisi condotta con trasparenza, professionalità, creatività da due giornalisti che conoscono profondamente il “sistema Italia” ma sono sempre stati, o sono ormai, al di fuori di esso. Abbiamo rivisitato storture ed eccellenze del nostro Paese, raccontate da voci autorevoli e testimoni diretti di ciò che lo rende piccolissimo, di ciò che lo rende grande, di ciò che lo renderebbe immenso, se solo non restasse un potenziale inespresso. “Mala Italia” da una parte, quindi, “buona Italia” dall’altra.
La “mala Italia” è quella che ha introdotto corruzione e clientelismo in politica, trasformandola in “mala politica”: inutile, incredibilmente e inspiegabilmente costosa, ha permesso alla Mafia, come dice il procuratore Nicola Gratteri nel documentario, di diventare «Stato nello Stato» non potendo, o non volendo, utilizzare le uniche due armi efficaci contro la criminalità organizzata, e cioè l’istruzione e un sistema giudiziario efficiente. La “mala politica” non ha potuto, o non ha voluto, approvare una legge contro il conflitto di interessi che ci avrebbe evitato venti anni di buio, e non lo ha fatto per ingenuità (ha sottovalutato la presa che Berlusconi avrebbe avuto sugli italiani, molto più forte della sua insipienza politica e della sua ricattabilità) e per malafede (una legge sul conflitto di interessi avrebbe colpito con forza anche a sinistra). La “mala politica” si avvale della strategia del fango piuttosto che del dialogo; non combatte il cattivo capitalismo e non sa arginarne i disastri; ha alimentato le frammentazioni di un popolo storicamente poco incline al senso civico e di appartenenza; si è sporcata le mani di sangue durante gli Anni di Piombo.
La “mala Italia” è quella che si affida alla morale «debole» e «doppia» dettata dal Vaticano; quella che discrimina le donne sul posto di lavoro e ne fa oggetto di attrazione in spettacoli poco edificanti; quella che declassa la cultura ad intrattenimento per ricchi, in un Paese che di cultura è talmente pieno da poterne vivere: non è una caso che mentre negli Stati Uniti si occupa Wall Street, in Italia si occupi un teatro.
Ma c’è anche la “buona Italia”: quella della creatività imprenditoriale, quella dell’imprenditoria etica ma non per questo inefficace, e anche quella di chi vive fuori dall’Italia, dei protagonisti della diaspora che, dice Saviano, contribuiscono a salvare la buona immagine dell’Italia all’estero e sono, addirittura, garanzia della sua democrazia.
Come Bill Emmott e Annalisa Piras hanno ripetuto in ogni occasione, il documentario non vuol essere un oggetto fine a se stesso, e il “This is not THE END” finale lo conferma: esso vuol essere un punto di partenza per chi alla “mala Italia” non vuole rassegnarsi. Ecco perché sarebbe stato importante non impedirne la proiezione proprio ora: le elezioni politiche mai come stavolta possono essere un punto di svolta, e sarebbe stato giusto dare agli italiani qualche spunto in più di riflessione. Al tempo stesso, il cambiamento che questo documentario propone non è strettamente legato alla prossima tornata elettorale: è un cambiamento radicale, lungo e laborioso, che parte dal presupposto che il desiderio di rinascita non è solo un concetto teorico o un fatto emotivo, ma un progetto realizzabile.
È triste constatare come qualsiasi iniziativa culturale che abbia anche un’utilità sociale venga in Italia considerata un tentativo politicizzato di plagio delle menti, piuttosto che un contributo al loro risveglio.
