Tunisi: accanto alla vedova il Paese che non ci sta

Chokri Belaid, esponente dell’opposizione ucciso a Tunisi

Migliaia di persone scese in piazza per protestare, scontri in diverse città, caos istituzionale. Un omicidio politico nella Tunisia del dopo Ben Ali scuote dalle fondamenta il Paese che aveva sognato un esito diverso per la sua primavera. Chokri Belaid era un esponente di punta di un partito d’opposizione interno al Fronte Popolare: avvocato, 48 anni, ha lottato per difendere la laicità dello Stato contro la politica islamista portata avanti dal partito di maggioranza Ennahdha. Ora la Tunisia è a un punto di svolta: il premier Hamadi Jebali ha subito condannato l’attentato e proposto la formazione di un governo tecnico, mentre il Paese manifesta e abbraccia la moglie di Belaid, Besma Khlifi, che ha superato il dolore per unirsi ai cortei.

Abbiamo parlato con Ouejdane Mejri, tunisina, docente al Politecnico di Milano e fondatrice di Pontes, associazione dei tunisini nel nostro Paese. Chi era Chokri Belaid?

È stato un oppositore di Bourguiba e di Ben Ali, ha partecipato alla rivoluzione. Era un uomo di sinistra che è passato per le prigioni, che ha sempre criticato il potere e ha formato il suo partito (Movimento dei patrioti democratici, nda) dopo decenni di militanza. È un simbolo della rivoluzione, rappresenta la popolazione che vuole appropriarsi della scena politica ed essere libera. Era una voce scomoda ed è stato fermato.

In quale clima è maturato questo omicidio?

In realtà è stato un atto inaspettato, che non si è mai visto in Tunisia, se non ai tempi della dittatura: un attacco mirato, un attentato a una persona. Eravamo in una fase di discussione sulla Costituzione e ci si aspettava un cambio ministeriale: Ennahdha aveva proposto alle opposizioni un governo di unità nazionale, ma l’offerta era stata rispedita al mittente. Il consenso verso il governo era in calo: la popolazione chiedeva maggiore giustizia e migliori condizioni economiche.

Chi era vicino a Belaid accusa il partito Ennahdha per l’omicidio. Che ne pensa?

Nessuno ha parlato di mandanti, ma di responsabili. La responsabilità dell’attentato deve ricadere sul governo che non ha garantito la libertà politica e di opinione alla base della rivoluzione. Ora anche gli esponenti della coalizione hanno paura per la propria pelle. Ma è difficile definire il ruolo di Ennahdha: in realtà la situazione è controproducente per il partito, perché ne dimostra la debolezza e l’incapacità di garantire la sicurezza nel Paese. La piazza sta protestando davanti al Ministero degli Interni contro la polizia che non ha difeso in alcun modo Belaid: la polizia era il cuore del regime di Ben Ali e continua ad avere il potere nel Paese, dato che il governo non riesce a controllarne l’operato.

Cosa cambierà nell’immediato sulla scena politica?

Ora c’è un braccio di ferro tra le varie forze. Nessuno vuole far cadere il Paese nel caos ma è chiaro che è una nazione molto fragile istituzionalmente: non abbiamo ancora eletto un presidente o un Parlamento, abbiamo una Costituente. Ennahdha ha proposto un governo tecnico, ma alcuni esponenti al suo interno bocciano questa ipotesi. Per la prima volta si vedono delle divisioni, delle scissioni all’interno di un partito ritenuto molto unito e molto forte politicamente. Domani ci saranno i funerali di Chokri Belaid e l’opinione pubblica e i partiti hanno chiesto agli esponenti di Ennahdha di non partecipare.

A due anni dalla rivoluzione cos’è rimasto di quell’entusiasmo?

La situazione politica del Paese non è ancora definita: la stiamo costruendo, è un laboratorio. Ma bisogna capire che i maggiori problemi per i tunisini non sono quelli legati ai salafiti o a una deriva islamista: i cittadini vogliono una giustizia equa, una polizia che li protegga e non li perseguiti, chiedono libertà di opinione e giustizia per quanti si sono compromessi con il regime di Ben Ali. Questo attentato potrebbe accelerare il processo verso la Costituzione: noi siamo usciti da un regime; ci sono dei rischi – come abbiamo visto ieri – ma non si può essere pessimisti quando si esce da una dittatura, quando si può manifestare il proprio dissenso, creare dei partiti. Non vogliamo degli anni di piombo come in Italia negli anni ’70, non vogliamo cadere nell’instabilità: chi fa questi attentati ha paura della democrazia nel nostro Paese ma troverà opinione pubblica e partiti politici uniti per difenderla.

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