Omofobia: quando il razzismo colpisce i sentimenti

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«Che cosa esiste in ogni angolo del mondo,  è accettato e celebrato in alcuni Paesi, ma è illegale in settantasei? Che cosa è nascosto per paura di pubblica umiliazione, incarceramento, tortura o persino pena di morte in sette Paesi? Che cosa rende possibile trattare alcune persone come cittadini di seconda classe ovunque vadano? Che cosa fa sì che i bambini vengano buttati fuori di casa, studenti tiranneggiati ed espulsi dalle scuole e lavoratori licenziati senza motivo? Che cosa esiste in ogni Paese, da sempre, ma è ancora considerata anormale? La risposta? Essere gay, lesbica, bisessuale, trasgender. In tutto il mondo milioni di persone affrontano violenza e discriminazione solo per essere ciò che sono».

Questa è parte del messaggio video diffuso dall’ONU in occasione della Giornata internazionale contro l’omofobia, la bisfobia e la transfobia.
Nel video interviene anche Navi Pillay, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani che afferma: «Ogni nazione è obbligata dalle leggi internazionali sui diritti umani a proteggere le persone lesbiche, gay, bisessuali e transessuali dalla tortura, dalla discriminazione e dalla violenza».

Ideata da Louis-Georges Tin, la prima Giornata internazionale contro l’omofobia ha avuto luogo il 17 maggio 2005, a quindici anni esatti dalla rimozione dell’omosessualità dalla lista delle malattie mentali nella classificazione internazionale delle malattie pubblicata dall’Organizzazione mondiale della sanità.

Tuttavia, a ventitré anni da quella data storica, c’è ancora chi considera l’omosessualità come una malattia.

È emblematico pertanto soffermarsi su quanto lo stesso Tin scrive nel saggio L’invenzione della cultura eterosessuale: «Benché, in generale, l’eterosessualità sembri la cosa più ‘naturale’ del mondo, sembra assai difficile spiegarne le ragioni in termini biologici, […] poiché in realtà finora l’attenzione dei biologi, dei medici e a dire il vero dell’intera società si è rivolta piuttosto sulle cause dell’attrazione per il medesimo sesso. Le ricerche riguardavano l’altro, l’anormale: era l’omosessuale a richiedere una spiegazione».

Da qui la definizione che Delia Vaccarello nel suo libro Evviva la neve dà dell’omofobia: «Non è solo l’idiosincrasia del singolo verso l’omosessuale, come la parola ‘fobia’ lascerebbe intendere, ma è un raptus spesso sorretto da una collettività. […] Divide le persone che amano in ‘normali’ e ‘deviate’. Somiglia molto al razzismo, ma non punta il dito contro il colore della pelle, bensì contro il sentimento». E sulla transfobia scrive ancora Vaccarello che si tratta di «un’ostilità che non si basa sulla conoscenza delle persone, ma su come si presume siano, in quanto ritenute parte di una ‘categoria’ associata all’ambiguità, alla disonestà, al vizio. È anche frutto della tensione sociale cresciuta negli ultimi anni e assetata di nemici».

Alla luce di queste definizioni, nel nostro Paese – è bene ricordarlo – le coppie dello stesso sesso non hanno diritti e sembra ancora molto lontano il giorno in cui ne potranno avere; così come è vero che i la nostra classe politica non è neppure stata in grado di varare fino ad ora una legge contro l’omofobia.
Questo nonostante sia giunta un’indicazione ben precisa dalle più alte cariche dello Stato al voler procedere all’abbattimento di quel muro di contrasto a una legge più volte respinta all’esame delle Camere nelle passate legislature.

Così Giorgio Napolitano lo scorso 17 maggio: «Esprimo la mia vicinanza a quanti sono stati vittime di intollerabili aggressioni e a quanti subiscono episodi di discriminazione che hanno per oggetto il loro orientamento sessuale. […] Come ho più volte ribadito la denuncia e il contrasto all’omofobia devono costituire un impegno fermo e costante non solo per le istituzioni ma per la società tutta».
Al Presidente della Repubblica ha fatto eco Laura Boldrini, Presidente della Camera, la quale denuncia come l’Italia sia uno dei pochi Paesi europei dove in caso di aggressione non sia prevista l’aggravante per omofobia e precisa: «Gli omosessuali devono veder riconosciute giuridicamente le loro unioni anche in Italia […] anche perché questo avviene in diciannove Paesi europei. […] Riconoscere diritti a chi non ne ha non significa toglierne ad altri. Siamo uguali perché abbiamo gli stessi diritti».

La proposta di legge, si diceva, prevederebbe l’introduzione di un’aggravante per i reati di omofobia e transfobia. Il che significa che se un delitto o una violenza fossero motivate dall’odio nei confronti di un omosessuale o di un transessuale la pena aumenterebbe rispetto a quella che sarebbe stata applicata se lo stesso delitto avesse avuto altri moventi.

In Europa ci sono solo pochi Stati che non hanno ancora legiferato in merito, tra questi, Malta, Cipro, la Grecia e naturalmente l’Italia.
A livello di codice penale, le discriminazioni sono regolate dalla Legge Mancino che nella sua prima formulazione prevedeva esplicitamente anche l’orientamento sessuale, che però venne eliminato dal testo nella stesura definitiva. La menzione esplicita dell’orientamento sessuale è invece presente nel Decreto legislativo del 9 luglio 2003, che tutela dalle discriminazioni sul luogo di lavoro.

Il 2 ottobre 2009, nel corso della XVI Legislatura, la commissione Giustizia della Camera dei Deputati ha adottato un testo base, presentato dall’on. Anna Paola Concia, che tra le circostanze aggravanti comuni previste dall’Art. 61 del Codice Penale inseriva anche quella inerente all’orientamento sessuale. Il testo è stato bocciato il 13 ottobre 2009 dalla maggioranza parlamentare su una pregiudiziale di costituzionalità sollevata dall’Unione di Centro.
Il 18 maggio 2011 il testo base della deputata Anna Paola Concia è stato presentato alla Commissione parlamentare di Giustizia, ricevendo una nuova bocciatura con 24 voti contrari e 17 favorevoli.
Il 26 luglio 2011 la Camera ha respinto per la seconda volta il Ddl presentato dall’on. Concia contro l’omotransfobia.
Ennesimo no al testo adottato con i voti di Pd e Idv da parte della Commissione Giustizia della Camera si è registrato il 7 novembre 2012.

Il 16 maggio scorso, proprio in occasione della Giornata internazionale contro l’omofobia e la transfobia, è stata presentata alla Camera dei Deputati una nuova proposta di legge che vede come primi firmatari esponenti del PD, di Scelta Civica, di SEL e di M5S. A illustrare i punti salienti del progetto e le novità introdotte rispetto alle precedenti proposte è stato l’avvocato Antonio Rotelli, presidente della Rete Lenford – Avvocatura per i diritti LGBT, in un’intervista a QueerBlog ha spiegato: «Non si inaspriscono le pene detentive, che sono state ridotte con la riforma che la legge ha subìto nel 2005, ma si rende obbligatoria la condanna alla sanzione accessoria, estendendola da un massimo di dodici settimane a un periodo tra i sei mesi e un anno. In questo modo, si intende dare sostanza al principio costituzionale che richiede che la pena sia finalizzata alla rieducazione del reo. […] La sanzione accessoria consiste nello svolgimento di attività non retribuita a favore della collettività da parte del condannato. Tra i soggetti presso i quali predetta attività può essere svolta, sono inserite le associazioni che si occupano di tutela delle persone omosessuali e transessuali».

Considerata la determinazione del Ministro per le Pari Opportunità Josefa Idem, i moniti giunti dal Capo dello Stato e dal Presidente della Camera, nonché dalla Corte Costituzionale nelle ultime settimane, c’è da sperare che il percorso verso una piena attuazione della proposta di legge per il contrasto all’omofobia e alla transfobia sia definitivamente sbloccato. Questo almeno l’auspicio di Anna Paola Concia, oggi ex parlamentare, e di Ivan Scalfarotto (PD), Irene Tinagli (Scelta Civica) e Alessandro Zan (SEL), i quali nei giorni scorsi hanno tenuto la conferenza stampa di presentazione presso la Sala Stampa della Camera dei Deputati.

La tutela delle persone GLBT sarebbe un passo decisivo nella costruzione di una società inclusiva e in grado di utilizzare tutte le energie disponibili. Ogni cittadino, indipendentemente dalle proprie caratteristiche personali, dovrebbe infatti sentirsi nelle migliori condizioni per mettere pienamente a frutto il proprio potenziale, a beneficio non soltanto di se stesso ma della collettività intera.

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