Leggi e omofobia: se la sessualità diventa un reato

© Anna Kutukova

La comunità LGBT – sigla che raccoglie il mondo omosessuale a 360 gradi, lesbiche, gay bisessuali, transessuali, trangender – sta ottenendo in tutto il mondo numerose vittorie sul piano giuridico. Eppure, dando uno sguardo alla mappa dei diritti di gay e lesbiche stilata da Amnesty International, in più di ottanta Paesi del mondo l’omosessualità è considerata un reato. In Afghanistan, Arabia Saudita, Iran, Mauritania, Qatar, Sudan, Yemen e negli Stati della Federazione della Nigeria che applicano la sharia, i rapporti fra persone dello stesso sesso sono puniti con la pena di morte. In Cina per lo stupro omosessuale sono previsti solo quindici giorni di detenzione e solo nel 2001 l’omosessualità è stata rimossa dai disordini mentali.

La metà degli Stati del continente africano (come Algeria e Marocco) prevede la carcerazione per il reato di omosessualità, in altri l’ergastolo e anche la pena di morte (come in Sudan e Mauritania). Stessa sorte tocca agli omosessuali che vivono in Iran, dove la sharia li identifica come “nemici di Allah” e ne prevede la morte. In Arabia Saudita l’omosessualità è ritenuta illegale e considerata al livello di gravi reati quali stupro, omicidio e traffico di stupefacenti.

In Russia, la Duma ha recentemente approvato una legge che vieta la cosiddetta ‘propaganda omosessuale’, criminalizzando qualunque attività o informazione che riguarda le persone LGBT e le relazioni tra persone dello stesso sesso. Nel 2010 il parlamento lituano ha approvato, in prima lettura, un emendamento al codice amministrativo che prevede multe da 2000 a 10000 litas (l’equivalente di 580 – 2900 euro) per la «promozione in pubblico delle relazioni omosessuali», costituendo l’applicazione della legge sulla protezione dei minori contro l’effetto negativo delle informazioni che «denigrano i valori della famiglia» o «promuovono un’idea diversa di matrimonio e famiglia».

In Turchia le persone transgender sono spesso vittime di aggressioni e uccisioni e non sono tutelate contro la discriminazione basata sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere. Paesi europei come Serbia e Ucraina tollerano l’esistenza della comunità LGBT, ma non consentono lo svolgimento dei Pride.

Alla luce di questi dati, è inconfutabile che la discriminazione basata sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere sia una realtà. I risultati di un sondaggio realizzato dall’Agenzia per i diritti fondamentali dell’Unione europea (FRA), raccogliendo le risposte di 93.000 persone in UE e Croazia, ha rivelato che due terzi degli omosessuali europei ha paura di passeggiare per strada; l’80% confessa di essere stato vittima di bullismo a scuola e il 26%, di aver subito aggressioni verbali e fisiche durante l’ultimo lustro. In Italia, negli ultimi dodici mesi la percentuale è aumentata al 54%, con un 34% di intervistati che denuncia discriminazioni sul lavoro.

Inoltre, secondo un’indagine svolta da Gay Center e dalla cooperativa T6 su un campione di 3500 studenti di scuole di Roma, circa il 6% delle ragazze e dei ragazzi intervistati si dichiara omosessuale e la metà di questi si sente discriminato nella propria classe, mentre il 55% degli intervistati ritiene i gay vittime di discriminazione nel nostro Paese. Più nel dettaglio, vengono indicati luoghi ‘canonici’ di discriminazione la famiglia (il 42%), i locali (33%), internet e mezzi di informazione (30%). Tra i luoghi meno ‘friendly’ il quartiere dove i ragazzi vivono (65%), scuole e associazioni (55%), doposcuola e amici (58%).

Insomma, mentre la Gran Bretagna ottiene il primato della tolleranza legislativa (il 77% delle sue leggi contrasta discriminazioni a sfondo sessuale) e la Francia di François Hollande approva le nozze gay, nonostante un livello relativamente alto di violenza omofoba e transofoba, l’Italia rimane sull’argomento uno tra i Paesi più inattivi d’Europa insieme alla Bulgaria.

Eppure gli oppositori di una normativa che tuteli non solo i diritti civili delle coppie omosessuali, ma che faccia dell’omofobia un’aggravante di reato, fanno della presunta inutilità di questa legge il cardine delle proprie argomentazioni. Inutile perché a sua volta discriminante e ghettizzante, si è detto da più parti.

Ma, come ha ricordato l’ex parlamentare Anna Paola Concia, in una sua intervista: «La legge contro l’omofobia e la transfobia che esiste in tutti i paesi europei, è assolutamente necessaria perché serve a costruire gli anticorpi contro l’intolleranza e la violenza.  E un paese che non crea gli anticorpi è un paese che non investe sul futuro».

Sarebbe più corretto, invece, speculare sull’effettiva capacità deterrente di una legge apposita sull’incremento o la diminuzione dei reati a stampo omofobo, poiché la teoria per cui un aumento di pena porta conseguentemente a una diminuzione dei reati è quantomeno empiricamente contestabile.

A tal proposito è interessante l’osservazione di un utente di Gay.tv, che in un suo contributo pubblicato dal web magazine nel 2011 scriveva: «Per far funzionare una simile legge è necessario che si conosca sia la quantità che il tipo di aggressioni omofobe. A che servirebbe una legge simile se nessuno denunciasse? È necessario che prima della legge esista la consapevolezza che è nostra responsabilità, anche nei confronti degli altri omosessuali, il denunciare nel caso restassimo vittime di aggressioni. Questo lo possiamo già fare. Questa è una forma di solidarietà che ci dobbiamo». 

Lascia un commento