
Con un incipit che non può non ricordare Cent’anni di solitudine, Primo Sangue di Amélie Nothomb conquista già dalle prime righe. La scrittrice belga, icona della letteratura internazionale, nel suo trentesimo romanzo presta la propria voce al padre Patrick, scomparso all’inizio della pandemia, per raccontarne l’infanzia e la giovinezza in prima persona. E trovare così il modo di dirgli addio.
Lo vediamo, nelle prime righe, di fronte a un plotone di esecuzione. A 28 anni, come realmente accadde nel 1964, quando da diplomatico salvò 1450 ostaggi in Congo dopo quattro mesi di trattative con i ribelli.
“Finché regnava la parola, potevo sperare di cavarmela.”
A colpire, di Patrick, è subito il sangue freddo – nonostante di fronte a quello fresco invece svenga, senza riuscir nemmeno a mangiare una tartare.
“E dire che ho invidiato a Dostoevskij l’esperienza del plotone di esecuzione! Ora tocca a me provare quella rivolta di tutto il proprio essere.”
A temprarlo, nel corpo e nello spirito, un’infanzia simile a una continua prova di iniziazione. Affrontata però con quella curiosità e quel viscerale amore per la vita che lo avrebbe accompagnato negli anni.
Orfano di padre, morto quando lui aveva solo otto mesi, e affidato da una madre anaffettiva ai nonni materni, il piccolo Patrick l’estate prima dell’inizio della scuola viene inviato al castello di Pont d’Oye nelle Ardenne: aristocratica e decadente dimora della famiglia paterna, guidata dal nonno Pierre, eccentrico barone squattrinato e improbabile poeta. Un modo per forgiarne il carattere, secondo il nonno materno, generale. A colpi di fame, freddo e angherie subite dai suoi coetanei zii, “che si rivelarono un’orda di Unni”.
“– Perché solo i grandi possono mangiare?
– É così. Se arrivi all’età di sedici anni, poi sarai sfamato”.
Lungi dal soccombere a quell’educazione darwinista, il piccolo Patrick trova il modo di adattarsi, di imparare dalle difficoltà e addirittura di arrivare a simpatizzare con i propri “aguzzini” – galvanizzato da un senso di appartenenza mai sperimentato prima e dal sollievo alla solitudine che fino ad allora lo aveva accompagnato. Una sorta di “sindrome di Stoccolma” che avrebbe riconosciuto, vent’anni dopo, in un altro continente. Affrontando la prigionia con la stessa resilienza.
“Ognuno ha la sua tecnica per non scoraggiarsi. La mia consisteva nel fare come se non esistesse nient’altro al mondo: tutto accadeva lì, non avevo mai avuto un’altra vita.”
Tra le due esperienze, gioie e delusioni dell’adolescenza, raccontate con irresistibile ironia. E l’amore per Danièle, nato da uno scambio epistolare per conto terzi: ennesimo bizzarro destino per un uomo dall’esistenza straordinaria.
Le pagine più intense e commuoventi sono però quelle dedicate alla paternità, in cui Patrick trova finalmente riscatto dall’intimo dolore che lo aveva accompagnato dall’infanzia.
“Lo chiamammo André, come mio padre. Colui che faceva di me un padre non poteva che portare il nome di mio padre […]. Ogni volta che potevo farlo senza temere di infastidirlo, mi stringevo André al cuore. Il mistero si rinnovava a ogni abbraccio: un abisso d’amore, vuoto e pieno insieme, mi squarciava il petto. Era un immenso enigma: la paternità era la mia vocazione, me lo sentivo, eppure non sapevo minimamente in cosa consistesse.
Contavo sul bambino: me lo avrebbe insegnato lui”.
SPOILER! (Fermati qui se vuoi mantenere la curiosità!)
Nel finale circolare, davanti a quel plotone, gli sarà chiesto: “Ha intenzione di avere un terzo figlio?”. “Questo dipende da lei, signor Presidente” risponderà, due anni prima della nascita di Amélie.
A un tratto spuntò fuori una truppa di straccioni, che prese un fucile e diede inizio a una partita di pallamano, usando il kalashnikov come palla. Tutto contento di essere scampato al ragazzino, li guardavo giocare pensando all’orda della mia infanzia che combatteva contro la fame, a quell’infanzia selvaggia che mi aveva temprato e che, mi dicevo, ora mi dava la forza di essere lì, ancora in piedi e vivo.
Libro: Primo sangue
Autrice: Amélie Nothomb, 2021
Titolo originale: Premier sang
Traduttrice: Federica Di Lella
Edizione: Voland, 2022
Foto: Sara Grattoggi
Briefly in English: We see him facing a firing squad. His life flashing before his eyes. From his childhood in an unconventional Belgian aristocratic family to that hostage-taking in Congo, in 1964. Amélie Nothomb slips into the shoes of her father Patrick – a former ambassador, who died in 2020 – in her latest novel, “First Blood”. A tribute to an extraordinary man and to fatherhood itself.
