“Pietra e ombra”, destini intrecciati in cerca di un’identità

“Nessuno può scegliere dove nascere, ma si può scegliere dove morire”. È quello che fa l’intagliatore di lapidi Avdo Usta, che sceglie come casa il piccolo cimitero di Merkez Efendi a Istanbul. Lì è sepolta la sua amata Elif e lì, solo lì, lui trova la pace e sé stesso. La ricerca del proprio posto nel mondo è il filo conduttore delle storie di Pietra e Ombra. In un arco temporale che va dalla fine degli anni Trenta del Novecento ai primi Duemila sfilano personaggi in cerca di identità, anime fragili e profonde destinate a fluttuare come foglie nel vento. Qualcuno troverà quiete, qualcun altro continuerà a vagare in preda a una perpetua nostalgia. 

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“L’orecchio di Kiev”: tra caricatura e grottesco, l’istinto di sopravvivenza in una città allo sbando

Kiev, 1919. Nella guerra civile seguita alla rivoluzione d’ottobre, la città è terra di conquista e il potere cambia di mano velocemente. Ora è il regime bolscevico ad affermarsi e gli abitanti si adeguano faticosamente al ritmo dei nuovi padroni. In questo quadro di incertezza e pericolo costante si muove Samson, studente che ha appena assistito alla morte del padre in un attacco dei cosacchi. Lui si salva, ma nell’aggressione perde l’orecchio destro, tranciato di netto da una sciabola.

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“Rombo”, l’eco del terremoto che scosse il Friuli

“In seguito, tutti parleranno del rumore. Del rombo. Con cui è iniziato”. 

6 maggio 1976. Il terremoto devasta il Friuli e le vite di chi lo abita. Distruggendone non solo le case, ma anche il senso di sicurezza. E aprendo una faglia tra il prima e il dopo. 

“Com’era il paesaggio prima? Di colpo la gente l’ha dimenticato e lo cercherà nei sogni, per anni – che aspetto aveva il terreno prima dello squarcio, prima dei cocci, delle macerie, dei segni di trascinamento, il terreno sotto i piedi, giorno dopo giorno? Il terreno della vita quotidiana diventa un luogo disturbato, in cui ciascuno cerca quello che ha perduto, tastando, scrutando, tendendo l’orecchio”. 

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“Punto di fuga”: lettere da un tempo sospeso

All’inizio un leggero spaesamento, poi ci si adegua al ritmo delle lettere: un continuo oscillare tra passato e presente, con la nostalgia che avvolge i pensieri e deforma la realtà. In Punto di fuga Mikhail Shishkin disegna le vite di due giovani innamorati, Volodja e Saška, attraverso le parole che i due si scambiano a distanza: lui manda resoconti dal fronte, lei bollettini di vita quotidiana da una città di provincia. Ma è un dialogo che non trova mai reale compimento: i destinatari sembrano sempre più lontani, ognuno intrappolato nel proprio mondo. Le lettere si accavallano senza aspettare una risposta, i piani temporali sono sfalsati: se gli scritti di Volodja si consumano nel tempo breve e feroce della guerra, quelli di Saška si dilatano a comprendere una vita intera, con i suoi dolori e le sue aspettative deluse.

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“Euforia”: se l’ossessione amorosa oscura il talento

È indiscutibile che il talento femminile ai tempi del patriarcato sia subordinato al giudizio sulla vita privata di chi lo possiede, e la figura di Sylvia Plath è l’epitome di questa realtà. La sua depressione cronica e la storia tormentata con Ted Hughes, sfociati nel suicidio a 31 anni, hanno preso il sopravvento, nei media e nell’immaginario collettivo, su un talento letterario che ha generato La campana di vetro e un’opera poetica degna del Pulitzer.

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“Un amore”, soffocare nella nebbia fitta dell’incomunicabilità

Uno dei meriti di “Un amore” di Sara Mesa è la capacità di disorientare. È un romanzo che fa trattenere il respiro, come succede davanti a un quadro di difficile interpretazione: i colori sono scuri, le figure nebulose, traspare un senso di inquietudine, ma chi guarda non riesce a superare l’incertezza, non saprebbe puntare il dito contro cosa (quale figura, quale tecnica) sia responsabile di quell’angoscia, di quel senso di chiusura asfittica. Sembra quasi che la nebbia dell’incomunicabilità, uno dei temi fondamentali del libro, traspiri dalle pagine e avvolga chi legge.

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“Primo Sangue”, le radici di Amélie Nothomb

Con un incipit che non può non ricordare Cent’anni di solitudine, Primo Sangue di Amélie Nothomb conquista già dalle prime righe. La scrittrice belga, icona della letteratura internazionale, nel suo trentesimo romanzo presta la propria voce al padre Patrick, scomparso all’inizio della pandemia, per raccontarne l’infanzia e la giovinezza in prima persona. E trovare così il modo di dirgli addio.

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“Atti di sottomissione”, dipendenza e riscatto nell’esordio di Megan Nolan

“Amo la ragazza che ha fatto queste cose, la amo perché mi dispiace per lei, e la capisco”. 
Atti di sottomissione (di disperazione, nel titolo originale) è una storia d’amore. L’amore a volte più difficile da conquistare: quello per se stessi. 
“Pensavo che l’amore di un uomo mi avrebbe riempito così tanto che non avrei avuto più bisogno di bere, mangiare, tagliarmi o fare di nuovo qualsiasi altra cosa al mio corpo. Pensavo che se ne sarebbe fatto carico al posto mio”.

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