
“In seguito, tutti parleranno del rumore. Del rombo. Con cui è iniziato”.
6 maggio 1976. Il terremoto devasta il Friuli e le vite di chi lo abita. Distruggendone non solo le case, ma anche il senso di sicurezza. E aprendo una faglia tra il prima e il dopo.
“Com’era il paesaggio prima? Di colpo la gente l’ha dimenticato e lo cercherà nei sogni, per anni – che aspetto aveva il terreno prima dello squarcio, prima dei cocci, delle macerie, dei segni di trascinamento, il terreno sotto i piedi, giorno dopo giorno? Il terreno della vita quotidiana diventa un luogo disturbato, in cui ciascuno cerca quello che ha perduto, tastando, scrutando, tendendo l’orecchio”.
“Le scosse sismiche di maggio divisero la vita e il paesaggio in un prima e un poi. Il prima divenne oggetto di ricordi, racconti, di un incessante stratificare e spazzare via con le parole. La gente litigava sulla forma delle rocce, il corso dei torrenti, gli alberi travolti dalle frane. Sulla collocazione degli oggetti, la loro disposizione in casa, la sorte degli animali. Ciascuno di quei litigi era un tentativo di orientarsi, di aprirsi una via tra i calcinacci nei muri, la malta, le travi spezzate e le stoviglie rotte, per poter ricominciare a capire il mondo. Per riprendere ad abitare un luogo. Con il ricordo”.
Possono le parole ricostruire ciò che è andato distrutto? Possono preservare ciò che rischia di sgretolarsi per sempre? Sembra questo il senso del lavoro di Esther Kinsky, autrice tedesca che tra le valli del Carso che descrive ha trascorso lunghi periodi. E in queste pagine dà vita a un racconto corale, seppur frammentato, del sisma, attraverso i ricordi di sette abitanti di una piccola comunità di origini slave dell’estremo nord-est.
“Il ricordo è come un’ombra. Ti segue ovunque. E se non ci fosse, sarebbe forse strano come essere senz’ombra. Come nella storia del tizio che ha venduto la sua ombra. Se uno vende la sua ombra, poi è come se andasse per il mondo senza lasciare tracce. E quando non si ricorda più niente è come non avere più tracce del mondo dentro di sé”.
Silvia. Adelmo. Olga. Gigi. Mara. Lina. Toni. Alcuni all’epoca erano già adulti, altri solo bambini. Da sempre vissuti nella Valle o arrivati da lontano, figli di emigranti con cui la sorte non era stata generosa. Tutti, comunque, da allora segnati – anche se in modi diversi – dalla stessa cicatrice.
“A tutti noi che abbiamo vissuto il terremoto quel brontolio ha provocato una ferita. E la cicatrice che ha lasciato non andrà mai via. Per alcuni è piccola e nascosta, per altri è aperta e evidente […]. Dopo quella ferita tutti quanti abbiamo dovuto ricominciare da capo, come se fossimo bambini, solo che noi adulti avevamo già una vita alle spalle che ancora ricordavamo. Ma abbiamo dovuto ricominciare quasi tutto da zero. Il lavoro, i rapporti con i vicini, gli animali, la musica, tutto quanto adesso era diviso in un prima e un dopo”.
Le loro voci si intrecciano a quelle della natura, descritta minuziosamente nei suoni e nei colori, che con i propri ritmi scandisce una quotidianità fatta di gesti necessari. Un mondo arcaico pieno di poesia, ma anche di asperità, in una terra di confine da cui la miseria costringe molti a fuggire.
“Qui è sempre stato così. La povertà allontana la gente, la nostalgia la spinge a tornare. Ma nel frattempo cresce anche l’amarezza”.
Un esodo che il terremoto non fa che accelerare. Mettendo a rischio la sopravvivenza stessa di questa particolare enclave linguistica e culturale, con le sue tradizioni e leggende. Come quella della “Riba Faraonika”, la sirena che con la sua doppia coda di pesce provoca il terremoto. Credenze che contribuiscono a plasmare la realtà stessa, a dare forma al mondo.
“Ogni montagna è dunque un’espulsione di materia ottenuta sfruttando la vulnerabilità, al di sotto della quale il fuoco continua ad ardere, ogni cresta un momento di terrore per il passaggio irreversibile in un altro stato, ogni vetta una testimonianza del nostro essere in balia dei rapporti di forza tra elemento e materia”.
“Quand’ero bambina mi sedevo in cortile accanto alla nonna, su una piccola panca, e lei mi diceva i nomi delle montagne. Per ogni nome c’era una storia. Per ogni storia una disgrazia. Nelle storie era sempre come se le persone della nostra valle stessero saldamente attaccate alla roccia bianca di queste montagne e di questi pendii in attesa della loro disgrazia. […] Piccola mia, mi diceva sempre, piccola mia sta’ attenta al Dujak, che è lo spirito in cui crediamo qui, quello che la notte si aggira per il paese come un fantasma, e poi mi bisbigliava qualcosa sulla Huda Hura, la strega dei temporali, e la Morà, che viene per portare gli uomini dalla vita alla morte”.
Un tentativo di spiegare la precarietà dell’esistenza e le sue tragedie. Fra presagi – il serpente carbone avvistato prima delle scosse – e fatalismo.
“A un certo punto era cominciata a circolare la voce che le case sul pendio fossero state graziate perché avevano già scontato una disgrazia. Erano state costruite lì dopo che una grande alluvione e uno smottamento avevano raso al suolo la parte bassa del paese”.
“Una candela accanto alla salma è caduta e le donne sedute li vicino si sono messe a gridare: È viva, È viva! Ma non era vero. Hanno subito cominciato a dire che portava sfortuna. Da noi tutto ciò che non rientra nell’ordine delle cose porta sfortuna. Ma chi lo conosce l’ordine delle cose? Forse siamo solo alla ricerca di un motivo per tutte le disgrazie che ci sono qui”.
Disgrazie che tornano a ferire quella terra pochi mesi dopo, con altre scosse a rinnovare la paura e allontanare anche molti di coloro che fino ad allora avevano resistito. Mettendo a rischio la memoria di quei luoghi, che Kinsky con queste pagine consegna alla letteratura.
“Che cos’è un terremoto? Un terremoto è un po’ come se qualcosa di enorme si muovesse in sogno. O come se un gigante, nel sonno, si sentisse male. E il risveglio è un nuovo ordine delle cose nel mondo. L’uomo allora, con la sua vita, diventa piccolo come il più piccolo dei sassi del fiume”.
Libro: Rombo
Autrice: Esther Kinsky
Titolo originale: Rombo
Traduttrice: Silvia Albesano
Edizione: Iperborea, 2023
Briefly in English: In 1976 two severe earthquakes struck the Friuli region in northeastern Italy, killing a thousand people and destroying the houses and the lives of many survivors. Forty-seven years later their memories, collected by German author Esther Kinsky, dive deep into the aftermath of the disaster, describing what happened to the landscape and to their relationships, forever transformed by a tragedy that left a scar in the whole community.
