
All’inizio un leggero spaesamento, poi ci si adegua al ritmo delle lettere: un continuo oscillare tra passato e presente, con la nostalgia che avvolge i pensieri e deforma la realtà. In Punto di fuga Mikhail Shishkin disegna le vite di due giovani innamorati, Volodja e Saška, attraverso le parole che i due si scambiano a distanza: lui manda resoconti dal fronte, lei bollettini di vita quotidiana da una città di provincia. Ma è un dialogo che non trova mai reale compimento: i destinatari sembrano sempre più lontani, ognuno intrappolato nel proprio mondo. Le lettere si accavallano senza aspettare una risposta, i piani temporali sono sfalsati: se gli scritti di Volodja si consumano nel tempo breve e feroce della guerra, quelli di Saška si dilatano a comprendere una vita intera, con i suoi dolori e le sue aspettative deluse.
I ricordi pervadono ogni pagina: struggenti quando riportano a un idillio ormai lontano, dolcissimi quando fanno rivivere i giochi d’infanzia, carichi di rimpianto quando restituiscono incomprensioni e conflitti. La memoria diventa un rifugio per resistere alla brutalità della guerra: il conflitto entra nel racconto prima in sordina, poi con sempre maggiore ferocia. E allora può capitare che le parole diventino l’unico mezzo per restare vivi, per non essere travolti dalla violenza e dalla miseria.
Eppure anche la scrittura, idolatrata dal protagonista come strumento supremo di conoscenza, si rivela illusoria, insufficiente, subordinata alla disordinata intensità della vita. “Il reale non sta in nessuna parola, il reale ti ammutolisce. Tutto ciò che di importante accade nella vita è al di sopra delle parole”. […] “Sai, ero io allora il cieco. Vedevo le parole, non attraverso le parole. È come guardare il vetro della finestra invece che fuori. Tutto ciò che è reale e fugace riflette la luce. Quella luce passa attraverso le parole come attraverso il vetro. Le parole esistono per far passare la luce”.
Allentato il freno della mente ordinatrice, le lettere diventano invocazioni, vaneggiamenti, riflessioni sul senso della vita e della morte, sui meccanismi che regolano i rapporti umani. Le domande non trovano risposta, gli interlocutori sono destinati a non incontrarsi ma non smettono di cercarsi, di chiamarsi: in fondo non si muore e non ci si perde, sembra suggerire il romanzo, finché esistiamo nella coscienza di chi ci ha amato.
Probabilmente, per diventare reale bisogna esistere nella coscienza, non la propria però, che è così inaffidabile, soggetta per esempio al sonno, quando neanche tu sai se sei vivo o no, bensì nella coscienza di un’altra persona. E non una persona qualsiasi, ma quella che ha bisogno di sapere che tu esisti. Vedi, mia Sašen’ka, io so che tu esisti. E tu sai che io esisto. E questo fa sì che io, qui, dove tutto è alla rovescia, sia reale.
Libro: Punto di fuga
Autore: Mikhail Shishkin, 2010
Titolo originale: Pismovnik
Traduttrice: Emanuela Bonacorsi
Edizione: 21 lettere, 2020
Foto: Gianvito Rutigliano
