Santa Sofia, dove la Sapienza è bella come una dea

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Ogni monumento porta con sé l’impronta degli uomini che l’hanno costruito e accompagnato nel tempo. Una storia particolare, in questo senso, è quella della basilica di Santa Sofia, nella parte antica di Istanbul. Costruita nel VI secolo per volere dell’imperatore Giustiniano, ornata con lastre d’oro e argento, marmi e preziosi mosaici bizantini, ha rappresentato la cristianità per un millennio, fino alla caduta di Costantinopoli per mano del sultano Mehmet II. Fu lui, il giorno stesso della conquista, il 29 maggio 1453, a far pronunciare il primo sermone che l’avrebbe trasformata in moschea. Santa Sofia è rimasta un luogo di culto fino al 1935, quando è diventata un museo per volere di Atatürk, ma – contrariamente a quanto si potrebbe pensare – non è mai stata consacrata ad alcun santo.Continua a leggere…

Ankara, una fiera dell’educazione per formarsi all’estero

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Decine di stand, centinaia di ragazzi, brochure, cataloghi informativi. Per un giorno uno dei più esclusivi hotel di Ankara si è trasformato nella cornice della Fiera internazionale dell’educazione: appuntamento che riunisce rappresentanti delle più prestigiose università del mondo per offrire agli studenti importanti opportunità formative all’estero. Un’occasione annuale che nelle prime due settimane di marzo tocca le principali città turche, da Istanbul ad Ankara, passando per Bursa e Smirne. L’obiettivo? Permettere ai ragazzi turchi di guardare a possibilità di master e corsi universitari oltre confine. L’Italia era presente nella capitale con la Cattolica e lo Ied di Milano, che ogni anno mettono a disposizione degli studenti stranieri numerose borse di studio.

Quote rosa in hotel: quando le donne scelsero la carriera


marthaEsattamente 110 anni fa, il 2 marzo del 1903, apriva i battenti sulla 30esima strada a New York il Martha Washington Hotel, primo albergo pensato per accogliere donne lavoratrici, sia per brevi periodi sia per soggiorni più stabili. Le donne cominciavano a fare i primi passi nel mondo del lavoro e non era facile trovare una sistemazione abitativa che prevedesse una signora sola, svincolata dal tradizionale ruolo di angelo del focolare. L’hotel, costruito dall’architetto Robert Williams Gibson, nacque proprio per ospitare donne indipendenti: artiste, insegnanti, impiegate e segretarie alloggiavano in una delle 416 stanze fra la quinta e la sesta Avenue a Manhattan. Gli uomini? Ammessi solo nella sala da tè e al ristorante. Il Martha Washington Hotel, inserito lo scorso anno nella lista degli edifici storici della Grande Mela, è rimasto fedele alla sua vocazione femminile fino al 1998; oggi è ancora un albergo, il King and Grove, aperto a tutti.

Un museo in cui non c’è niente di vero (o quasi)

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In una recente intervista apparsa su Repubblica.it, il premio Nobel Orhan Pamuk, parlando del Museo dell’Innocenza che ha fondato a Istanbul, faceva questa osservazione: «C’è un aspetto ludico nel creare confusione dicendo apertamente che la storia è immaginaria, e nel mostrare al contempo oggetti reali che le appartengono». Inevitabile, per chi lo ha visitato, ritornare col pensiero ad un altro museo della finzione: quello eretto nel cuore di Londra a Sherlock Holmes, personaggio mai esistito se non nella penna di Sir Arthur Conan Doyle e nella mente di milioni di appassionati, e che attira ogni giorno folle di visitatori, sapientemente amministrata all’ingresso da un poliziotto in costume d’epoca.
Il museo, situato al 221b di Baker Street, è una ricostruzione precisa dell’abitazione del grande investigatore. Stanze,oggetti, scritti, personaggi sono stati realizzati e collocati sulla base di un unico disegno, quello tracciato da Conan Doyle nei suoi racconti. Il secondo piano in particolare, con vista mozzafiato sulla storica strada, è una testimonianza fedele dell’aspetto che avevano i salotti in epoca vittoriana: mantenuto con cura così come era allora, è per questo considerato dal governo britannico un monumento di «particolare interesse storico e architettonico».

Wilkommen! La stretta di mano tra Ankara e Berlino

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Angela Merkel e Recep Tayyp Erdoğan campeggiano su decine di maxi-cartelloni fra le strade di Ankara. È l’omaggio alla cancelliera, che arriva oggi nella capitale turca per incontrare il primo ministro e il presidente della Repubblica, Abdullah Gül. Al centro dei colloqui, la crisi in Siria e l’eterna questione dell’ingresso della Turchia nell’Unione europea. Alla vigilia della visita, Merkel – pur rimarcando un certo scetticismo per l’adesione di Ankara – ha auspicato la riapertura dei negoziati ora in una fase di stallo. Il viaggio turco della premier tedesca è iniziato ieri, con la visita nella provincia meridionale di Kahramanmaraş, dove sono dispiegati da gennaio 300 soldati tedeschi con due batterie di missili Patriot, nell’ambito della missione Nato per difendere la Turchia da eventuali sconfinamenti dei disordini siriani. Prima degli incontri ufficiali di oggi, la cancelliera si è concessa una visita turistica al parco nazionale di Göreme in Cappadocia, sito patrimonio dell’Unesco dal 1985.

Bevande e stereotipi: il tè turco batte il caffè

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Se si pensa alla bevanda turca per eccellenza, di sicuro viene in mente il caffè. Ebbene, è tempo di sfatare questo mito perché, da Istanbul ad Ankara, a farla da padrone a ogni ora del giorno è il tè, passione incondizionata del popolo di Atatürk, servito in caratteristici bicchierini ricurvi su piattini bianchi e rossi, e accompagnato da due zollette di zucchero. Il çai non è una bevanda, è un rito che accompagna i turchi dalla colazione alla cena, passando per riunioni di lavoro, conferenze e incontri fra amici. In molti uffici esiste un’apposita figura professionale che si occupa della preparazione del tè: se si partecipa a una riunione di un paio d’ore, si può quindi essere certi che per almeno due, tre volte la porta si aprirà per lasciare entrare un vassoio colmo di bicchierini traballanti e ottimi pasticcini di pasta frolla. Cuore della produzione di tè è la regione nordorientale di Rize, sul mar Nero, da dove viene esportato in tutto il Paese e all’estero. Per prepararlo tra le mura di casa, basta munirsi di demlik – caratteristica “doppia teiera” – e ricordarsi di diluire il tè molto forte della parte superiore con l’acqua calda della parte sottostante.

Almeno una poesia al giorno. Per tutti!

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Chi ha detto che la poesia non è per tutti? Il mondo è pieno di animi ricettivi alle rime, l’importante è saperle veicolare.
Qualcosa del genere deve aver pensato la scrittrice Judith Chernaik quando nel 1986 scrisse al direttore generale della Tube, la metropolitana di Londra, chiedendogli se non fosse il caso di decorare le pareti dei treni con delle poesie, per alleviare lo stress dei pendolari all’ora di punta e, al tempo stesso, per diffondere tra la gente l’amore per la letteratura. Sorprendentemente ricevette risposta: se avesse presentato idee e materiali, sarebbe stato fatto tutto il possibile per realizzare il progetto.
Il British Council fornì un piccolo budget di partenza, mentre la casa editrice Faber si occupò gratuitamente del design e della stampa dei singoli poster.
Dal 1986, quindi, i milioni di utenti della tube viaggiano accompagnati dai versi di Shakespeare, Blake, Dickinson, Wordsworth, Donne, ma anche da quelli di autori stranieri e contemporanei.
I versi che abbiamo fotografato sulla Bakerloo line appartengono alla poetessa londinese Connie Bensley, e fanno parte delle poesie scelte per celebrare i 150 anni di vita della Tube, tutte in vario modo attinenti allo stesso tema: Londra, com’era nel passato, come la vediamo oggi.

Tra leggende e superstizioni: (Mal)occhio all’albero!

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Si chiama Nazar Boncuğu, letteralmente “perla del malocchio”: è un amuleto di vetro con disegni concentrici o a forma di lacrima, in blu, azzurro, bianco e nero. In molti Paesi islamici, questo piccolo occhio protegge contro gli influssi negativi e lo sguardo maligno del diavolo. In Turchia il Nazar Boncuğu è un’istituzione e si può trovare ovunque: in casa, nei negozi, nei gioielli come ornamento. L’albero della foto, in Cappadocia, accoglie ogni giorno centinaia di talismani di ogni dimensione. Secondo la tradizione, si esprime un desiderio e si appende il ciondolo a un ramo dell’albero: quanto più in alto si arriva, tante più possibilità si hanno che il desiderio si realizzi.