Dia-al-Azzawi e la nuova Guernica

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Dia-al-Azzawi, Sabra and Shatila Massacre (particolare)

La guerra è sempre esistita e la storia dell’umanità è disseminata di conflitti. Il Novecento, però, ha segnato l’inizio della così detta “guerra totale”: per la prima volta, i conflitti hanno oltrepassato il limite del fronte per invadere tutto il territorio circostante e coinvolgere attivamente i civili. Il teatro di guerra è diventato quindi privo di confini e donne, bambini e anziani, una volta esclusi dal combattimento attivo, sono diventati attori protagonisti dei movimenti di resistenza a primi obiettivi di rappresaglia e sterminio.
Il risultato è che nel Novecento si sono verificati alcuni fra i massacri più orrendi che la Storia ricordi.Inevitabilmente, l’arte, la letteratura e qualsiasi forma di espressione del pensiero ne sono stati pesantemente influenzati.Continua a leggere…

Una città sotterranea per pregare al tempo delle persecuzioni

città sotterranea
(© CB)

Nel cuore della Turchia, in Cappadocia, c’è un sito archeologico molto particolare: una volta entrati, ci si immerge in un dedalo di cunicoli e insenature nella roccia, che portano a centinaia di metri di profondità. È Kaymaklı, vera e propria città sotterranea, patrimonio dell’umanità Unesco dal 1985: costruita in epoca frigia (VIII secolo a.C.), fu usata dalle popolazioni paleocristiane per sfuggire alle persecuzioni sotto l’Impero romano. Fino a diecimila persone vivevano in questi dieci piani sotto il livello del suolo, in sale scavate nella pietra e collegate da lunghi e stretti tunnel. Un gigantesco condominio in cui non mancava nulla: camere, cucine, bagni, strumenti di difesa e un sistema di aerazione all’avanguardia, che rendeva possibile vivere e resistere sottoterra anche quando gli assalitori cercavano di asfissiare gli abitanti con il fumo. Oggi è un museo che permette ai turisti di aggirarsi per i primi quattro piani, avventurandosi tra i contorti passaggi e provando a immaginare come potesse essere una vita perennemente all’ombra. Interessante e istruttivo, purché non si soffra di claustrofobia.

La dea madre e Gilgamesh: il cuore dell’Anatolia in un museo

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(CB)

Pur non essendo una città turistica, Ankara regala, a chi ha la pazienza di scoprirli, dei piccoli gioielli. Uno di questi è il Museo delle civiltà anatoliche, aggrappato su una collina nella parte antica della città. Poche sale, molto ben allestite, ospitano bassorilievi, anfore, monete e altri reperti archeologici che raccontano il passato di questa terra prima dell’età ellenistica, dal Paleolitico all’età romana, con un occhio particolare al periodo degli Ittiti. La struttura, ricavata da un antico bazar del XV secolo, fu voluta da Atatürk per mostrare il crogiolo di civiltà che ha arricchito l’Anatolia e che è all’origine dell’identità turca.
Il bassorilievo nella fotografia proviene dal sito ittita di Karkamış, nel sud della Turchia, dove è nata la leggenda di Gilgamesh, primo poema epico dell’umanità. L’antico villaggio, al confine con la Siria, è oggi diviso tra le due nazioni. Il frammento rappresenta la dea madre, ritenuta dall’antichità simbolo di fertilità e abbondanza e venerata con diversi nomi in molte civiltà: per gli Ittiti era Kubaba, qui rappresentata con un melograno stretto al petto e un velo sul caratteristico copricapo.

Da Versailles al Bosforo: quando l’opulenza occidentale conquistò i sultani

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La facciata di palazzo Dolmahbaçe (CB)

L’Oriente ha sempre esercitato sull’immaginario occidentale un certo fascino esotico. Eppure, camminando in quella che fu la Costantinopoli capitale del mondo, può capitare di assistere a una sorta di rovesciamento dei ruoli. Nei vicoli di Sultanahmet, quartiere antico dove le stradine affollate incrociano moschee e bazar, si trova palazzo Topkapı, residenza dei sultani per quasi quattro secoli, dal 1475 al 1855. Ampia e riccamente decorata, questa dimora regale colpisce per la sua struttura spaziosa e rilassante: un susseguirsi di cortili interni, con chioschi immersi nel verde e affacciati sul Corno d’oro che sembrano tende piantate nel terreno, quasi fosse un campo nomade diventato sedentario. Ebbene, questa splendida dimora cominciò a sembrare inadeguata ai suoi illustri possessori.

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Mani in alto! Il mondo festeggia la felicità

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Oggi, 20 marzo 2013, il mondo festeggia la I Giornata Internazionale della Felicità.
Indetta dall’ONU lo scorso anno su votazione unanime dei 193 Stati membri, questa ricorrenza ha lo scopo di segnalare ai governi la necessità di considerare il livello medio di felicità dei cittadini misura di crescita del benessere delle nazioni, come e più del PIL.
L’idea nasce nel piccolo stato asiatico del Buthan, dove sin dal 1972 si misura la Felicità Interna Lorda (GNH, Gross National Happiness) della nazione, un indice basato su quattro pilastri fondamentali (sviluppo economico equamente distribuito in tutte le fasce di popolazione, rispetto per l’ambiente, diffusione della cultura e buon governo) e sulla convinzione che la capacità produttiva non possa, da sola, stabilire il grado di benessere di una nazione e che la scienza economica debba iniziare a considerare l’uomo nella sua dimensione reale e quotidiana.Continua a leggere…

Anıtkabir, il tempio di un uomo diventato mito

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(© CB)

Il suo sguardo magnetico e fiero emerge dalle pareti di ogni edificio della capitale, sia esso un negozio, una casa, un complesso pubblico. Quello che lega la Turchia al suo padre fondatore, Mustafa Kemal Atatürk, è un amore al limite del culto, una devozione che non si incrina a più di 70 anni dalla sua morte. Fu proprio il primo Parlamento della Turchia moderna, fondata nel 1923, a donargli il nome Atatürk – padre dei turchi – quando fu varata la legge che introduceva l’uso dei cognomi nello stato di famiglia. Lui è stato l’ispiratore della guerra d’indipendenza, delle riforme laiche, della lingua moderna con l’introduzione dell’alfabeto latino. Tutte misure per avvicinarsi a quell’Occidente cui la Turchia, ponte naturale fra mondi e culture diverse, ha sempre guardato con un misto di interesse e diffidenza.
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Palazzo Winchester, quel limbo di perdizione nel cuore di Londra

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(© ML)

Questo bel rosone, che si staglia solitario in mezzo a due noti fast food, si trova a Southwark, Londra, a sud del Tamigi. È tutto ciò che rimane del Palazzo Winchester, costruito nel XII secolo come residenza londinese dei potenti vescovi di Winchester da uno di loro, Henry of Blois, che visse nel palazzo sino alla morte, avvenuta nel 1171. Uomo colto e ambizioso, Henry of Blois cercò in tutti i modi di diventare Arcivescovo di Canterbury (la figura più potente nella gerarchia ecclesiastica inglese). Non ci riuscì, ma fece di meglio: nel maggio del 1139, sotto il regno di suo fratello Stephen, divenne legato papale, assumendo un ruolo e un rango addirittura superiori a quelli dell’Arcivescovo stesso. È ricordato anche per la sua passione sconfinata per l’architettura e, soprattutto, per la letteratura: fu autore ma anche mecenate di diversi scrittori; patrocinò la realizzazione della Bibbia di Winchester, una delle più pregiate Bibbie illustrate mai prodotte, e del Salterio di Winchester, oggi conservato e in esposizione alla British Library.
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«There was a time when I really did love books…»

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Nel Novembre del 1936, George Orwell pubblicò su The Forthnightly Review un articolo in cui rievocava la sua esperienza di assistente part-time in un negozio di libri usati di Hampstead, Londra. L’articolo si intitolava Bookshop memories.
Il grande scrittore e saggista britannico sfatava qualsiasi visione romantica della vita da libraio: la maggioranza dei frequentatori di librerie è costituita da donne in cerca di regali per i nipoti e dalle idee poco chiare; da clienti che cercano un libro letto nel 1897 e di cui non ricordano autore né titolo né trama; di studenti alla ricerca del libro di testo meno costoso; di paranoici che ordinano pile di volumi che non andranno mai a ritirare. Solo chi lavora in libreria tocca con mano il decadimento del gusto dei lettori: i romanzi gialli e rosa vincono su Priestley, Hemingway, Walpole e Wodehouse, mentre si vendono come il pane orribili libri per bambini: così orribili, dice Orwell, che ben volentieri regalerebbe ad un bambino il Satyricon di Petronio piuttosto che Peter Pan.
Di certo, conclude, il mestiere di librario non fa per lui, in primo luogo perché non è salutare: le librerie sono fredde di inverno, sempre terribilmente polverose, e i tagli di testa dei libri sono inspiegabilmente il luogo dove gli insetti preferiscono andare a morire. Poi per un altro, più importante motivo: lavorare in libreria ha spento in lui l’amore per i libri. La vista di carte antiche e di distese infinite di volumi, che prima lo emozionava, ora non ha più alcun effetto su di lui. Perché è associata ai clienti paranoici, alla polvere, e ai cadaveri di insetti.