Sono molti gli ingredienti suggestivi nella storia portata sul grande schermo da Lorraine Lévy, regista francese di origine ebraica: c’è il conflitto israelo-palestinese, il dramma familiare, l’incubo di ritrovarsi improvvisamente senza l’identità in cui si è cresciuti e ci si è formati – quell’insieme di legami, convenzioni, abitudini ed etichette che segnano il nostro cammino e senza i quali ci sentiremmo persi. Joseph e Yacine si ritrovano improvvisamente in questa condizione: israeliano, spensierato, protetto da una famiglia agiata il primo; palestinese, maturo e consapevole l’altro, mandato a studiare a Parigi fra mille sacrifici per tornare a fare il medico nella propria terra. Sogni e realtà differenti, quotidianità ritmate dalle consuetudini delle diverse comunità che vanno in frantumi quando Joseph, durante la visita di routine per il servizio militare, scopre che quelli con cui è cresciuto non sono i suoi genitori biologici.
Autore: Claudia Bruno
Israele chiede scusa. E la Turchia ringrazia il suo leader

Dopo il gelo arrivarono le scuse. Nel 2010 l’incidente della Mavi Marmara, ammiraglia del convoglio umanitario Freedom Flotilla che cercava di forzare il blocco israeliano su Gaza, creava un solco profondo nelle relazioni diplomatiche tra Israele e Turchia: in quell’occasione, infatti, otto cittadini turchi e uno statunitense di origine turca furono uccisi nel blitz delle forze israeliane. Da allora fra le cancellerie dei due Paesi, un tempo assai vicine, è calata una distanza sempre più netta. Il riavvicinamento è avvenuto qualche settimana fa, in seguito alla visita di Barack Obama in Israele: sarebbe stato lui a spingere il premier Benjamin Netanyahu verso le scuse ufficiali al primo ministro turco Recep Tayyp Erdoğan. Prima conseguenza a livello politico è l’annuncio dello stesso Erdoğan, in questi giorni, di un incontro ufficiale con Obama il 16 maggio prossimo. Intanto, in Turchia, capita di imbattersi in cartelloni che celebrano le scuse israeliane come una vittoria patriottica; nella foto, accanto ai visi dei due premier, si legge a caratteri cubitali: “Israele chiede scusa alla Turchia. Caro primo ministro, ti siamo grati per questo onore fatto al nostro Paese”. Il cartello è firmato dal Comune di Ankara, retto da quasi vent’anni da Melih Gökçek, sindaco dell’Akp (Partito per la giustizia e lo sviluppo), la forza politica di Erdoğan.
Una città sotterranea per pregare al tempo delle persecuzioni

Nel cuore della Turchia, in Cappadocia, c’è un sito archeologico molto particolare: una volta entrati, ci si immerge in un dedalo di cunicoli e insenature nella roccia, che portano a centinaia di metri di profondità. È Kaymaklı, vera e propria città sotterranea, patrimonio dell’umanità Unesco dal 1985: costruita in epoca frigia (VIII secolo a.C.), fu usata dalle popolazioni paleocristiane per sfuggire alle persecuzioni sotto l’Impero romano. Fino a diecimila persone vivevano in questi dieci piani sotto il livello del suolo, in sale scavate nella pietra e collegate da lunghi e stretti tunnel. Un gigantesco condominio in cui non mancava nulla: camere, cucine, bagni, strumenti di difesa e un sistema di aerazione all’avanguardia, che rendeva possibile vivere e resistere sottoterra anche quando gli assalitori cercavano di asfissiare gli abitanti con il fumo. Oggi è un museo che permette ai turisti di aggirarsi per i primi quattro piani, avventurandosi tra i contorti passaggi e provando a immaginare come potesse essere una vita perennemente all’ombra. Interessante e istruttivo, purché non si soffra di claustrofobia.
La dea madre e Gilgamesh: il cuore dell’Anatolia in un museo

Pur non essendo una città turistica, Ankara regala, a chi ha la pazienza di scoprirli, dei piccoli gioielli. Uno di questi è il Museo delle civiltà anatoliche, aggrappato su una collina nella parte antica della città. Poche sale, molto ben allestite, ospitano bassorilievi, anfore, monete e altri reperti archeologici che raccontano il passato di questa terra prima dell’età ellenistica, dal Paleolitico all’età romana, con un occhio particolare al periodo degli Ittiti. La struttura, ricavata da un antico bazar del XV secolo, fu voluta da Atatürk per mostrare il crogiolo di civiltà che ha arricchito l’Anatolia e che è all’origine dell’identità turca.
Il bassorilievo nella fotografia proviene dal sito ittita di Karkamış, nel sud della Turchia, dove è nata la leggenda di Gilgamesh, primo poema epico dell’umanità. L’antico villaggio, al confine con la Siria, è oggi diviso tra le due nazioni. Il frammento rappresenta la dea madre, ritenuta dall’antichità simbolo di fertilità e abbondanza e venerata con diversi nomi in molte civiltà: per gli Ittiti era Kubaba, qui rappresentata con un melograno stretto al petto e un velo sul caratteristico copricapo.
Da Versailles al Bosforo: quando l’opulenza occidentale conquistò i sultani

L’Oriente ha sempre esercitato sull’immaginario occidentale un certo fascino esotico. Eppure, camminando in quella che fu la Costantinopoli capitale del mondo, può capitare di assistere a una sorta di rovesciamento dei ruoli. Nei vicoli di Sultanahmet, quartiere antico dove le stradine affollate incrociano moschee e bazar, si trova palazzo Topkapı, residenza dei sultani per quasi quattro secoli, dal 1475 al 1855. Ampia e riccamente decorata, questa dimora regale colpisce per la sua struttura spaziosa e rilassante: un susseguirsi di cortili interni, con chioschi immersi nel verde e affacciati sul Corno d’oro che sembrano tende piantate nel terreno, quasi fosse un campo nomade diventato sedentario. Ebbene, questa splendida dimora cominciò a sembrare inadeguata ai suoi illustri possessori.
L’uomo dietro l’atleta: in memoria di Pietro Mennea
L’ho incontrato un anno e mezzo fa: seguivo per un giornale una manifestazione in provincia di Milano, una marcia di bambini per sensibilizzare la cittadinanza a un uso responsabile dell’acqua. Atmosfera da festa di paese con sindaco, discorsi e buffet; Pietro Mennea era l’ospite d’onore. L’ho incontrato prima della corsa, in una sala un po’ in disparte. Spesso gli intervistati si fanno rincorrere mentre scivolano altrove, ti fanno parlare con un addetto stampa o non ti fanno parlare proprio. Lui invece ha alzato la testa mentre firmava cartoline, mi ha indicato con la mano la poltrona accanto e si è presentato. Lui – Pietro Mennea, record mondiale nel ’79 e oro olimpico a Mosca ’80 – si è presentato a me.
Newroz, il capodanno curdo porta una nuova primavera
“È il tempo della politica, non delle armi”: con queste parole pronunciate nel giorno del capodanno curdo, Abdullah Öcalan, leader del Pkk (Partito dei lavoratori del Kurdistan) apre al dialogo con il governo di Ankara, rinunciando alle armi nella causa del popolo curdo. Il Newroz, festeggiato dalla popolazione curda con danze popolari, musiche tradizionali e vesti colorate, ha assunto quest’anno una valenza simbolica senza precedenti: durante le celebrazioni a Diyarbakir, nel Sud est del Paese, due deputati del Bdp (partito per la pace e la democrazia), hanno letto in curdo e in turco il messaggio di Apo (soprannome di Öcalan), in carcere dal 1999 sull’isola di Imrali nel mar di Marmara, dove sconta l’ergastolo. Öcalan ha annunciato la tregua immediata, invitando i circa tremila guerriglieri curdi presenti sul territorio turco a lasciare il Paese, ritirandosi nel Kurdistan iracheno.
Mio padre e mio figlio, com’è difficile quell’amore tra uomini
Ci sono poche cose incontrollabili come i rapporti umani: il movimento spontaneo con cui si intrecciano amori, relazioni, amicizie va di pari passo con la facilità con cui si spezzano, in modi a volte inspiegabili e irrazionali. Basta un attimo, uno sguardo storto, una parola fuori posto, un gesto di rabbia per far crollare tutto e innalzare un muro di incomprensioni, un vuoto difficile da colmare. È in questa crepa dolorosa e profonda che si insinua Mio padre e mio figlio, film turco ambientato negli anni successivi al colpo di stato militare del 1980. La grande storia resta solo sullo sfondo: è un’eco che esalta la microstoria di una famiglia tradizionale spaccata dalla fuga del figlio che non vuole seguire la strada dei padri e lascia la provincia per Istanbul, inseguendo una carriera giornalistica che sa di ideali e anarchia.
