“Il viale del tramonto è lungo e bello, Dio me lo conservi”. Lo diceva già molto tempo fa Giulio Andreotti, guardando con distacco agli uomini e alle epoche che passavano mentre lui, serafico, inossidabile, era sempre lì: una vita fra i banchi di Montecitorio dal 1946, anno dell’Assemblea costituente che avrebbe dato il via alla storia repubblicana. E lui l’ha dominata, nel bene e nel male, quella storia, “democristiano atipico” spesso criticato dai suoi stessi compagni di partito, chiamato in causa nelle più nere vicende italiane, dalla loggia P2, agli omicidi Pecorelli e Dalla Chiesa, passando per il sequestro Moro. Ombre dalle quali si era sempre difeso senza urlare, mostrando rispetto per i giudici e accettando di comparire in tribunale fermo, composto, deciso a dare la sua versione dei fatti.
Autore: Claudia Bruno
Tra burqa e nudità: oltre gli stereotipi sulla dignità della donna

Quello che resta dell’incontro su Tunisia e donne organizzato durante il festival del giornalismo di Perugia è, prima di tutto, lo sguardo delle tre donne che vi hanno preso parte in qualità di relatrici. L’attenta analisi di Francesca Caferri, giornalista di Repubblica, la voce decisa di Lucia Goracci, inviata del tg3 in collegamento Skype dal Pakistan, la passione coinvolgente di Ouejdane Mejri, tunisina da tanti anni in Italia, presidente di Pontes, associazione dei tunisini nel nostro Paese. La loro esperienza professionale e umana si è trasformata in un racconto sulle difficoltà delle donne pronte a lottare per una piena emancipazione nella vita politica e civile: decise, consapevoli, armate di una profonda conoscenza della propria storia, del mondo, delle nuove tecnologie.
I 200 anni di “Bari nuova”: quando Murat pose la prima pietra
Sempre un po’ oscurata dalla fama bella e dannata di “Bari vecchia”, oggi è sotto i riflettori la parte ottocentesca del capoluogo pugliese, il borgo murattiano, la cui costruzione iniziò 200 anni fa per volere di Gioacchino Murat, re di Napoli dal 1808 al 1815. Fu lui a porre la prima pietra per la costruzione del nuovo quartiere, il 24 aprile 1813. A quel tempo la città di Bari, groviglio di stradine chiuse tra le mura e il mare, contava 18mila abitanti in condizioni di vita non più sostenibili. Di qui la necessità di allargare il centro abitato, abbattendo le mura (corrispondenti all’attuale corso Vittorio Emanuele) e dando vita a un quartiere elegante, borghese, definito ancora oggi il “salotto” (un po’ malandato) della città. La prima storica pietra fu dunque posta da Murat all’angolo tra corso Vittorio Emanuele e corso Cavour, dove oggi c’è un’iscrizione commemorativa. Con una curiosità: gli storici hanno discusso molto sulla data fatidica, indecisi tra il 24 e il 25 aprile. Alla fine è prevalsa quella del 24, scelta per le celebrazioni ufficiali. Sulla targa, affissa alle pareti di uno dei palazzi più antichi di Bari, resta però incisa la data del 25 aprile.
Thatcher, Londra divisa per l’ultimo saluto alla lady di ferro
Pochi personaggi hanno diviso tanto in vita, e in morte, come Margaret Thatcher nata Roberts, figlia di un droghiere diventata la prima donna a conquistare l’accesso al numero 10 di Downing Street nel 1979, mantenendo la premiership fino al 1990, anno del passo indietro in seguito a malumori interni al partito. Eletta per tre volte, ha guidato la Gran Bretagna nel tempo delle contestazioni sociali, degli scioperi, degli attentati dell’Ira. Sue sono le scelte impopolari dei tagli alla spesa, del braccio di ferro con i sindacati, della forza nelle relazioni interne e internazionali, con la risposta militare all’occupazione argentina delle isole Falkland nel 1982. Leader e anima dei conservatori, è stata la paladina del libero mercato, delle privatizzazioni, del rilancio dell’economia attraverso i tagli alla spesa e di un’opposizione radicale all’Unione europea. A farne un personaggio così controverso è stato il suo carattere, quel suo essere fortemente donna in un mondo di uomini. Tra le mille frasi passate alla storia, c’è la rivendicazione di una nuova consapevolezza tutta femminile: “Se in politica vuoi che qualcosa venga detto chiedi a un uomo, se vuoi che venga fatto chiedi a una donna”.
Se Mozart sfida Maometto: condannati tweet ironici contro l’Islam

“Dopo il verdetto della corte sono triste per la mia nazione. Sono deluso per la libertà di stampa. Sono preoccupato più per lo stato della libertà di parola e di pensiero in Turchia che per la mia sentenza”. Così Fazıl Say, 43 anni, compositore turco definito dalla stampa tedesca “il nuovo Mozart”, ha commentato la sentenza di una corte di Istanbul che l’ha condannato a una pena di dieci mesi (sospesa) per “aver offeso i sentimenti religiosi di una parte della società”. La colpa di Say, ateo e oppositore del partito Akp di Erdogan – al governo da undici anni – è quella di aver ritwittato dal proprio profilo le parole del poeta persiano Umar Kayyam, che prendevano in giro il Paradiso musulmano, e di aver ironizzato sulla frettolosa chiamata alla preghiera di un muezzin (“Perché tanta fretta? Un’amante o il raki?” – tradizionale bevanda alcolica turca, ndr).
Mehmet Turgut, l’esplosione dei corpi tra buio e luce

Lo incontriamo in una affollatissima libreria di Ankara. Ragazzine in fila ridono e si avvicinano emozionate, chiedendo autografo e foto. Lui, più che un artista maledetto, sembra una rockstar attorniata da fan adoranti. Giacca di pelle, occhi neri e baffi alla Freddie Mercury, Mehmet Turgut presenta il suo primo libro, con gli scatti che l’hanno reso, a 35 anni, uno dei fotografi più in vista della Turchia. Originario di Ankara, Turgut vive oggi a Istanbul, città da cui trae continua ispirazione per il suo lavoro. Corpi umani, visi, espressioni, dosati in un attento equilibrio di buio e luce, sono i protagonisti delle sue foto. Dopo l’incontro dei fan e la firma dei libri, Turgut accetta di rispondere a qualche domanda, in maniera laconica e lapidaria – e forse anche questa è una cifra del suo stile.Continua a leggere…
Giornalisti fermati in Siria: quando la passione è più forte della paura

Quando senti la notizia “giornalisti rapiti o fermati” in qualche zona di guerra, la prima reazione è una specie di rifiuto. Del tipo: è successo ad altri, è una cosa lontana, non può succedere a me. Quando invece la notizia si avvicina, e in qualche modo ti tocca, l’effetto si amplifica e arriva con tutta la sua forza. È quello che ho provato quando ho sentito la notizia dei quattro italiani fermati in Siria, al telefono da un collega. Lo stesso collega con cui li avevo incontrati dieci giorni fa, la domenica di Pasqua, in quel crocevia di popoli e culture che è Antiochia. Noi di ritorno da un viaggio nel Sud est della Turchia, loro in partenza per il confine con la Siria, pronti a superarlo per realizzare un reportage sulla vita quotidiana nel Paese martoriato dalla guerra.
Diyarbakır, una chiesa armena simbolo delle minoranze

Nascosta, quasi protetta dagli stretti vicoli di Diyarbakır, capitale virtuale del Kurdistan turco, sorge la chiesa armena di Surp Giragos, recentemente ristrutturata e rimessa in funzione dopo decenni di abbandono. Risalente al XV secolo, la più importante chiesa armena del Medio Oriente fu parzialmente distrutta durante gli anni del genocidio armeno, nel 1915-16, e lasciata in rovina per quasi un secolo. La sua struttura era molto particolare: custodiva ben sette altari, mentre il tetto era ricoperto con terra proveniente dalla regione circostante. Negli anni ’60, il governo turco ha nuovamente affidato la chiesa alla comunità armena della città. I lavori per rimetterla a nuovo sono iniziati nel 2008, e la messa inaugurale – di portata storica – è stata celebrata nell’ottobre 2011. Il complesso oggi si apre ai visitatori che hanno la curiosità di bussare alla sua porta: ad accoglierli c’è un piccolo chiosco, con alle pareti pannelli che raccontano la storia di questo gioiello e diverse iscrizioni in armeno. Il restauro della chiesa è anche il segno di un Paese che cambia e prova a riconciliarsi con il proprio passato: proprio negli scorsi giorni Yervant Bostancı, musicista armeno in esilio volontario dal 1992, ha annunciato di voler tornare a Diyarbakır, sua città natale, accettando l’appello del sindaco della città e delle autorità turche al ritorno in patria delle minoranze.
