“Il peso” della solitudine e il conforto degli altri nel romanzo di Liz Moore

Il corpo è una mole dietro cui nascondersi o un contenitore in cui rifugiarsi fino a diventare invisibili. È così per Arthur Opp, un tempo professore universitario, ora rintanato in casa da anni per sfuggire allo sguardo degli altri. Il cibo è l’unico compagno che quest’uomo di mezz’età si concede, l’unico strappo alla solitudine: la sua quotidianità è fatta di piccoli faticosi passi per raggiungere la cucina e di pomeriggi passati davanti alla tv, con una nostalgia per qualcosa di indefinito e lontano. La realtà irrompe in questa immobilità come una scheggia che arriva dal passato: a spezzare l’equilibrio è la lettera di Charlene, un’ex alunna con cui Arthur ha avuto una relazione e con la quale è rimasto in contatto epistolare per anni. Dopo un lungo silenzio, lei torna a farsi viva e chiede un aiuto per il figlio, Kel, che sta per finire la scuola e deve decidere cosa fare della propria vita.

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“Rincorrendo l’amore”, l’irresistibile leggerezza che sfida la guerra

Ci sono autori e autrici con cui scatta subito una scintilla. È accaduto con Nancy Mitford, scrittrice arguta e brillante, una delle sei celeberrime sorelle che segnarono il costume e diedero scandalo nell’Inghilterra a cavallo tra le due guerre. Il suo Rincorrendo l’amore, pubblicato da Einaudi, è uno scintillante susseguirsi di abiti alla moda, dialoghi fulminanti, personaggi perfettamente definiti che conquistano lettori e lettrici. Difficile non appassionarsi al furore di zio Matthew, allo slancio salutista di Davey o al carattere indomito della “Fuggiasca”. Ancora più difficile resistere al fascino della protagonista, Linda, assolutamente inadatta alla vita pratica e persa in un mondo ideale in cui conta solo l’amore.

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“Mia e la voragine”: una moderna Alice nella Dolina delle meraviglie

Gli oggetti prendono vita nell’immaginario di Mia, che ha quasi undici anni e osserva il mondo con occhi acuti e ribelli. Trascorre controvoglia tutte le estati nel piccolo centro di Dolina e vive costantemente oscurata dalla luce di sua madre, pediatra stimatissima e votata al lavoro come a una missione. Da questa posizione periferica Mia lancia sguardi sghembi verso i piccoli pazienti di sua madre, gli altri bambini del paese, la “pazza di Dolina”. Nessuno di loro è semplicemente quel che è, tutti subiscono una trasformazione: nella sua mente diventano animaletti, uomini-bestia o donne-sirena. 

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“Oh William!”, com’è oscuro il legame con gli altri

Parla dell’ex marito ma è un continuo parlare di sé, ripercorrere ricordi e traumi dell’infanzia, che irrompono come flash. In Oh William! torna Lucy Barton, protagonista di altri due romanzi di Elizabeth Strout, Mi chiamo Lucy Barton e Tutto è possibile. Il centro della narrazione resta la famiglia: il filo aggrovigliato di affetto, frustrazione, intimità e non detto che lega le persone più vicine per caso o per scelta. Sarà poi davvero una scelta? “Quante volte capita alle persone di scegliere veramente?” – chiede pensieroso William, in un raro momento di apertura e confidenza, uno spiraglio in cui la comunicazione sembra possibile. O forse è la vita a spingerci verso gli altri e ad allontanarci da loro con la sua forza misteriosa, le sue indecifrabili ragioni.

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“E poi saremo salvi”: fuggire per sopravvivere, fermarsi per trovare pace

Lo strazio della guerra è una ferita che non guarisce, è il passato che riemerge dall’inconscio o da vecchi scatoloni custoditi in un seminterrato. Uno strappo che può rimanere sepolto a lungo, tenuto a bada, sopito; ma poi risale in superficie con il suo fardello di dolore e rimorso. È così per Aida, scappata a sei anni dalla Bosnia incendiata dall’odio etnico e approdata in un’Italia sconosciuta: una nuova terra in cui trovare casa, nella speranza di poter tornare un domani in patria. 

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“Quel maledetto Vronskij”: la felicità e la disperazione dell’amore

Per Giovanni la felicità è un concetto semplice: una donna con cui condivide la vita da sempre e un lavoro come tipografo che considera una vocazione. Non desidera altro, si muove nella quotidianità sentendosi perfettamente a proprio agio e grato. Ma – come ricorda lui stesso – “la felicità è una cosa sottile, che se la chiami con il suo nome scompare”. E in effetti scompare all’improvviso quando sua moglie Giulia fa le valigie e va via lasciando dietro di sé solo poche parole: “Perdonami, sono stanca. Non mi cercare”.

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“Nina sull’argine”, il cantiere come fucina di cambiamenti

È oggettivamente difficile far appassionare lettori e lettrici alle vicende di un cantiere. Veronica Galletta ci prova intrecciando gli avanzamenti nei lavori di costruzione di un argine – siamo nell’immaginaria località di Spina, Pianura Padana – ai cambiamenti nella vita di Caterina (Nina), ingegnera siciliana ormai lontana dall’isola da così tanto tempo da non riuscire più a chiamarla “casa”. Alle prese con nuove responsabilità che le piovono addosso sul lavoro, lasciata improvvisamente dal fidanzato, Nina si trova a ricostruire sé stessa dopo aver perso i vecchi punti di riferimento.

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“Punto di fuga”: lettere da un tempo sospeso

All’inizio un leggero spaesamento, poi ci si adegua al ritmo delle lettere: un continuo oscillare tra passato e presente, con la nostalgia che avvolge i pensieri e deforma la realtà. In Punto di fuga Mikhail Shishkin disegna le vite di due giovani innamorati, Volodja e Saška, attraverso le parole che i due si scambiano a distanza: lui manda resoconti dal fronte, lei bollettini di vita quotidiana da una città di provincia. Ma è un dialogo che non trova mai reale compimento: i destinatari sembrano sempre più lontani, ognuno intrappolato nel proprio mondo. Le lettere si accavallano senza aspettare una risposta, i piani temporali sono sfalsati: se gli scritti di Volodja si consumano nel tempo breve e feroce della guerra, quelli di Saška si dilatano a comprendere una vita intera, con i suoi dolori e le sue aspettative deluse.

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