
Una famiglia si racconta mentre il mondo intorno si sgretola. La storia prende forma nelle parole del figlio, della madre, del padre e della figlia. Le verità si rincorrono, si sfiorano, si incastrano. Sullo sfondo c’è Cuba: un Paese che crolla sotto il peso della corruzione e dell’ideologia in frantumi. Il padre adora idoli che non ci sono più, il figlio non crede più a nulla, la figlia si adegua per sopravvivere, la madre sembra cercare riparo nella sofferenza. La sua malattia detta il ritmo della narrazione, le sue cadute scandiscono i giorni dei familiari, fermano il tempo, creano una bolla di apprensione e impotenza.
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Non usano un linguaggio usurato e sciatto, non compiono eclatanti gesti di protesta, non alzano la voce gli adolescenti ribelli che animano i racconti di Paolo Cognetti. Sono figure costruite a partire da una negazione, un’assenza, un vuoto che va colmato e che ogni personaggio riempie a modo suo. Una cosa piccola che sta per esplodere è Mina, protagonista di una delle cinque storie raccolte in un libro scorrevole e puntuale, in cui ogni parola sembra essere lì per un motivo preciso, mai per caso, mai sbagliata. Per lei, narratrice in nuce per cui la scrittura è una sorta di terapia ordinatrice, la grande assente è la figura del padre, ricostruita attraverso storie immaginate eppure reali, invenzioni che nutrono bisogni, parabole che sopperiscono a una mancanza e garantiscono – forse – una fine, un punto, un nuovo ordine possibile e consolatorio. In lei si realizza l’eterna metafora della scrittura come bisogno e consolazione, come ordine contro il disordine: leitmotiv che ritorna, implicito, anche nelle altre storie del libro, e che si manifesta nella pulizia sintattica e nella misura espressiva scelte per raccontare queste vite di ragazzi al limite, sulla soglia di un cambiamento radicale vissuto con adulta compostezza.