Arte e religione, il Corano si veste d’oro

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(© CB)

Un Corano interamente scritto in oro: Ziya Buyuk, pittore turco 53enne, ci ha lavorato tutti i giorni, dieci ore al giorno, per un anno e mezzo. L’ha finito lo scorso maggio e poche settimane fa l’ha esposto a Istanbul, in quella meraviglia sul Bosforo che è Palazzo Dolmabahçe. Seguiranno mostre in Turchia e all’estero, poi l’idea è quella di vendere l’opera a un museo. “Dipingere iscrizioni sacre è un’arte tradizionale in Turchia. Lo faccio perché voglio lasciare qualcosa dopo la morte” ci dice mentre indica il pannello sul tavolo di lavoro.

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Piccole cose esplodono: gli adolescenti di Paolo Cognetti

Non usano un linguaggio usurato e sciatto, non compiono eclatanti gesti di protesta, non alzano la voce gli adolescenti ribelli che animano i racconti di Paolo Cognetti. Sono figure costruite a partire da una negazione, un’assenza, un vuoto che va colmato e che ogni personaggio riempie a modo suo. Una cosa piccola che sta per esplodere è Mina, protagonista di una delle cinque storie raccolte in un libro scorrevole e puntuale, in cui ogni parola sembra essere lì per un motivo preciso, mai per caso, mai sbagliata. Per lei, narratrice in nuce per cui la scrittura è una sorta di terapia ordinatrice, la grande assente è la figura del padre, ricostruita attraverso storie immaginate eppure reali, invenzioni che nutrono bisogni, parabole che sopperiscono a una mancanza e garantiscono – forse – una fine, un punto, un nuovo ordine possibile e consolatorio. In lei si realizza l’eterna metafora della scrittura come bisogno e consolazione, come ordine contro il disordine: leitmotiv che ritorna, implicito, anche nelle altre storie del libro, e che si manifesta nella pulizia sintattica e nella misura espressiva scelte per raccontare queste vite di ragazzi al limite, sulla soglia di un cambiamento radicale vissuto con adulta compostezza.

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Il volo claustrofobico delle Bellas mariposas

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Volano Cate e Luna, le “belle farfalle” portate in scena dal regista sardo Salvatore Mereu, due ragazzine che si muovono con lucidità e leggerezza nel degrado di una periferia cagliaritana, cercando di non restarvi impigliate. La narrazione, lenta e densa, è affidata alla voce di Cate, 11 anni sulla carta, molti di più per le esperienze, la vita, il mondo che la circonda e che si porta dentro. I suoi movimenti da ragazzina e i suoi giudizi da adulta, la cadenza sarda, lo sguardo vigile e fisso in camera per esigere direttamente l’attenzione dello spettatore, ci immergono nella vita di un’adolescente che si muove con disinvoltura in una realtà di miseria cui – contemporaneamente – appartiene e si sente estranea.

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Abitare la soglia: affacciarsi all’infinito attraverso il cinema

Ulisse e le sirene – Herbert James Draper, 1909

Anno di grazia 1895. Sigmund Freud e Josef Breuer pubblicano gli Studi sull’isteria, il primo formula il concetto di inconscio e prende il via quella che egli stesso ebbe a definire “terza rivoluzione”, dopo quelle copernicana e darwiniana. Altra rivoluzione, non meno clamorosa, si sta compiendo altrove, negli stessi istanti. Louis e Auguste Lumière mostrano per la prima volta al pubblico le capacità di un macchinario di loro invenzione e chiamato cinématographe. Sarebbe miopia intenzionale quella di considerare la contemporaneità dei due eventi una mera coincidenza: cinema e psicoanalisi sono tecniche che sollevano, scardinano la tradizionale concezione del soggetto e sono quindi specchi di un’epoca che maturò in maniera decisiva questa messa in questione. Soggetto e percezione sono tematiche filosofiche se mai ne siano esistite alcune e per questo psicoanalisi e cinema ricevono le attenzioni privilegiate dei filosofi contemporanei. Massimo Donà si dedica proprio all’arte delle immagini-movimento, portando in scena il sempre atteso Platone e un altro attore invece più sorprendente.

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Tutti pazzi per Rose: benvenuti negli anni ‘50

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Se non avete mai partecipato a una gara di velocità dattilografica, ebbene, è il momento di farlo. Perché il film Tutti pazzi per Rose, opera prima del francese Régis Roinsard, vi introdurrà senza esitazioni in un vortice di vestitini bon ton, acconciature composte, unghie colorate e dita che battono freneticamente sugli ultimi modelli di macchine da scrivere. Il tutto in una perfetta atmosfera anni ’50, con scenografie curate nel dettaglio, capaci di risucchiare lo spettatore nella Francia del dopoguerra, da un paesino della Bassa Normandia fino a Parigi, inseguendo il piccolo sogno di una donna che vuole emanciparsi e quindi fare la segretaria, massimo esempio di modernità femminile del tempo.

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David di Donatello, La migliore offerta del cinema italiano

© Fabio Pagani

Ormai totalmente affrancata da ogni pleonastico confronto con la sfarzosa cerimonia degli Academy Awards, la consegna dei David Di Donatello (giunti alla 57a Edizione), il premio cinematografico più importante in Italia, è tornata in possesso della dignità televisiva che merita: dopo la messa in onda pomeridiana su Rai Movie del 2012, quest’anno la premiazione ha riconquistato il primetime di Rai Uno, con una diretta dal Teatro 5 della Dear.Continua a leggere…

Nuova narrativa argentina: quel conflitto irrisolto col dolore dei padri

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Un volto interessante, quello di Patricio Pron, e una verve da cui traspaiono intelligenza e cultura. Il suo intervento, con la lettura di un passo dal suo ultimo romanzo El espíritu de mis padres sigue subiendo en la lluvia, è stato uno dei momenti di punta dell’evento targato Faber Social tenutosi in un pub a Oxfrod Circus, Londra. Faber Social è un’iniziativa della casa editrice indipendente londinese Faber and Faber che prevede una serie di eventi (reading, presentazioni, musica dal vivo) da tenersi in luoghi pubblici e con un costo d’ingresso minimo, talvolta organizzati in collaborazione con altri editori e che si sono spesso rivelati veri veicoli di cultura, oltre una straordinaria trovata di marketing.Continua a leggere…

Grande e dolente, semplicemente Gatsby

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“Sorrise con aria comprensiva, molto più che comprensiva. Era uno di quei sorrisi rari, dotati di un eterno incoraggiamento, che si incontrano quattro o cinque volte nella vita. Affrontava – o pareva affrontare – l’intero eterno mondo per un attimo, e poi si concentrava sulla persona cui era rivolto con un pregiudizio irresistibile a suo favore. La capiva esattamente fin dove voleva essere capita, credeva in lei come a lei sarebbe piaciuto credere in se stessa, e la assicurava di aver ricevuto da lei esattamente l’impressione che sperava di produrre nelle condizioni migliori. Esattamente a questo punto svaniva, e io mi trovavo di fronte a un giovane elegante che aveva superato da poco la trentina e la cui ricercatezza nel parlare rasentava l’assurdo”.
F. Scott Fitzgerald – Il grande Gatsby

Così, in uno dei più grandi classici della letteratura mondiale, entra in scena Jay Gatsby, fascinoso e indolente, sfacciatamente ricco e garbatamente elegante, misterioso anfitrione che coltiva la propria leggenda centellinando apparizioni e sorrisi. Si fa desiderare anche dal lettore, questo parvenu della New York anni ’20, costringendolo ad aspettare 50 pagine prima di poterne ammirare la teatrale comparsa. La trasposizione cinematografica di Baz Luhrmann ricalca fedelmente lo spirito del libro: prepara la voce fuori campo che narrerà la storia, infarcisce la trama di travolgenti feste barocche, spinge musica e corpi al parossismo per preparare l’ingresso in scena di un Leonardo Di Caprio perfettamente calato nella parte.

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