Ci sono poche cose incontrollabili come i rapporti umani: il movimento spontaneo con cui si intrecciano amori, relazioni, amicizie va di pari passo con la facilità con cui si spezzano, in modi a volte inspiegabili e irrazionali. Basta un attimo, uno sguardo storto, una parola fuori posto, un gesto di rabbia per far crollare tutto e innalzare un muro di incomprensioni, un vuoto difficile da colmare. È in questa crepa dolorosa e profonda che si insinua Mio padre e mio figlio, film turco ambientato negli anni successivi al colpo di stato militare del 1980. La grande storia resta solo sullo sfondo: è un’eco che esalta la microstoria di una famiglia tradizionale spaccata dalla fuga del figlio che non vuole seguire la strada dei padri e lascia la provincia per Istanbul, inseguendo una carriera giornalistica che sa di ideali e anarchia.
Mese: marzo 2013
Anıtkabir, il tempio di un uomo diventato mito

Il suo sguardo magnetico e fiero emerge dalle pareti di ogni edificio della capitale, sia esso un negozio, una casa, un complesso pubblico. Quello che lega la Turchia al suo padre fondatore, Mustafa Kemal Atatürk, è un amore al limite del culto, una devozione che non si incrina a più di 70 anni dalla sua morte. Fu proprio il primo Parlamento della Turchia moderna, fondata nel 1923, a donargli il nome Atatürk – padre dei turchi – quando fu varata la legge che introduceva l’uso dei cognomi nello stato di famiglia. Lui è stato l’ispiratore della guerra d’indipendenza, delle riforme laiche, della lingua moderna con l’introduzione dell’alfabeto latino. Tutte misure per avvicinarsi a quell’Occidente cui la Turchia, ponte naturale fra mondi e culture diverse, ha sempre guardato con un misto di interesse e diffidenza.
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Palazzo Winchester, quel limbo di perdizione nel cuore di Londra

Questo bel rosone, che si staglia solitario in mezzo a due noti fast food, si trova a Southwark, Londra, a sud del Tamigi. È tutto ciò che rimane del Palazzo Winchester, costruito nel XII secolo come residenza londinese dei potenti vescovi di Winchester da uno di loro, Henry of Blois, che visse nel palazzo sino alla morte, avvenuta nel 1171. Uomo colto e ambizioso, Henry of Blois cercò in tutti i modi di diventare Arcivescovo di Canterbury (la figura più potente nella gerarchia ecclesiastica inglese). Non ci riuscì, ma fece di meglio: nel maggio del 1139, sotto il regno di suo fratello Stephen, divenne legato papale, assumendo un ruolo e un rango addirittura superiori a quelli dell’Arcivescovo stesso. È ricordato anche per la sua passione sconfinata per l’architettura e, soprattutto, per la letteratura: fu autore ma anche mecenate di diversi scrittori; patrocinò la realizzazione della Bibbia di Winchester, una delle più pregiate Bibbie illustrate mai prodotte, e del Salterio di Winchester, oggi conservato e in esposizione alla British Library.
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«There was a time when I really did love books…»
Nel Novembre del 1936, George Orwell pubblicò su The Forthnightly Review un articolo in cui rievocava la sua esperienza di assistente part-time in un negozio di libri usati di Hampstead, Londra. L’articolo si intitolava Bookshop memories.
Il grande scrittore e saggista britannico sfatava qualsiasi visione romantica della vita da libraio: la maggioranza dei frequentatori di librerie è costituita da donne in cerca di regali per i nipoti e dalle idee poco chiare; da clienti che cercano un libro letto nel 1897 e di cui non ricordano autore né titolo né trama; di studenti alla ricerca del libro di testo meno costoso; di paranoici che ordinano pile di volumi che non andranno mai a ritirare. Solo chi lavora in libreria tocca con mano il decadimento del gusto dei lettori: i romanzi gialli e rosa vincono su Priestley, Hemingway, Walpole e Wodehouse, mentre si vendono come il pane orribili libri per bambini: così orribili, dice Orwell, che ben volentieri regalerebbe ad un bambino il Satyricon di Petronio piuttosto che Peter Pan.
Di certo, conclude, il mestiere di librario non fa per lui, in primo luogo perché non è salutare: le librerie sono fredde di inverno, sempre terribilmente polverose, e i tagli di testa dei libri sono inspiegabilmente il luogo dove gli insetti preferiscono andare a morire. Poi per un altro, più importante motivo: lavorare in libreria ha spento in lui l’amore per i libri. La vista di carte antiche e di distese infinite di volumi, che prima lo emozionava, ora non ha più alcun effetto su di lui. Perché è associata ai clienti paranoici, alla polvere, e ai cadaveri di insetti.
Italianità e politica: l’attrazione-repulsione che diventa vergogna

Se si prova repulsione per qualcosa, tendenzialmente è qualcosa che coscientemente fa una tale paura o provoca una tale sensazione di estraneità da desiderare che esso sia lontano, esteticamente inaccessibile, che poi equivale ad inesistente. In questo senso, trovo sia inesatto parlare di provare ribrezzo per la situazione politica (ed elettorale) italiana, soprattutto se consideriamo che questo concetto è intimamente intersecato a quello, almeno contemporaneo, di italianità. Mi sembra molto più efficace, piuttosto, parlare di vergogna. La vergogna porta con sé il germe del coinvolgimento carnale, dell’esposizione indesiderata ma incontrollabile e incontrovertibile. È qualcosa che sembra affondare nella direzione del pudore. La condizione vergognosa mi riguarda e non smette mai di far vibrare questo a-riguardo-di-me. Ecco in cosa si sta: non si può avere solo in repulsione l’italianità ed essere italiani, non ce la si cava smarcandosi per via della propria presunta superiorità esistenziale. Piuttosto si è nella vergogna di essere italiani, una vergogna che tocca nel vivo, nel vivo della carne che ne esce marchiata.
Qatar: quando il potere trema davanti a una poesia
Siamo tutti la Tunisia di fronte all’élite repressiva.
(Muhammad al-Ajami)
È per questo verso, scritto nel 2011, declamato in una riunione con amici e poi pubblicato su internet, che il poeta del Qatar Muhammad al-Ajami è stato condannato all’ergastolo dalla Corte di Doha; pena poi ridotta in appello, lo scorso febbraio, a 15 anni. L’accusa è quella di aver “incitato al rovesciamento del poter costituito” e aver “insultato l’emiro” Sheikh Hamad bin Khalifa al-Thani. Amnesty International ha lanciato un appello, rivolto al ministro dell’Interno del piccolo Paese del Golfo, perché liberi Al-Ajami, in carcere da oltre un anno per un reato di coscienza. Si profila una situazione imbarazzante per le autorità del Qatar, impegnate negli ultimi mesi a rilanciare l’immagine del proprio Stato come realtà moderna, tollerante e impegnata per la difesa dei diritti umani.
Argo: se il sogno di Hollywood strega i guardiani della rivoluzione
La vita, per tutte le sfacciate assurdità, piccole e grandi, di cui beatamente è piena, ha l’inestimabile privilegio di poter fare a meno di quella stupidissima verosimiglianza, a cui l’arte crede suo dovere obbedire.
(Luigi Pirandello, Avvertenza sugli scrupoli della fantasia)
Le parole con cui Luigi Pirandello difendeva la verosimiglianza del suo Il fu Mattia Pascal potrebbero benissimo essere applicate ad Argo, produzione americana che gioca (e vince l’Oscar come miglior film) con uno degli episodi più incredibili della storia recente. La regia pulita e rigorosa di Ben Affleck ricostruisce infatti il piano Canadian Caper, messo in piedi dalla Cia per portare in salvo fuori dall’Iran sei cittadini statunitensi sfuggiti all’assedio dell’ambasciata americana a Teheran il 4 novembre 1979. La gravissima crisi diplomatica fra Usa e Iran all’indomani della rivoluzione islamica – con la fuga oltreoceano dello scià Reza Pahlavi e l’insediamento al potere dell’ayatollah Khomeini – tocca il dramma, si tinge di farsa, sfiora la tragedia fino al colpo di scena e alla risoluzione finale.
Santa Sofia, dove la Sapienza è bella come una dea

Ogni monumento porta con sé l’impronta degli uomini che l’hanno costruito e accompagnato nel tempo. Una storia particolare, in questo senso, è quella della basilica di Santa Sofia, nella parte antica di Istanbul. Costruita nel VI secolo per volere dell’imperatore Giustiniano, ornata con lastre d’oro e argento, marmi e preziosi mosaici bizantini, ha rappresentato la cristianità per un millennio, fino alla caduta di Costantinopoli per mano del sultano Mehmet II. Fu lui, il giorno stesso della conquista, il 29 maggio 1453, a far pronunciare il primo sermone che l’avrebbe trasformata in moschea. Santa Sofia è rimasta un luogo di culto fino al 1935, quando è diventata un museo per volere di Atatürk, ma – contrariamente a quanto si potrebbe pensare – non è mai stata consacrata ad alcun santo.Continua a leggere…


